Negli Stati Uniti la COVID-19, l'infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2, ha un tasso di letalità circa 50 volte superiore a quello della comune influenza, che si attesta allo 0,1 percento, sulla base dei dati dei Centers for Disease Control and Prevention (Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie) o CDC. Non ci troviamo dunque innanzi a un'altra forma influenzale, ma a una malattia che, pur avendo alcuni sintomi in comune, è decisamente più subdola e letale, che sta avendo effetti devastanti in tutto il mondo, non solo sotto il profilo sanitario, ma anche sociale ed economico, tanto da essere paragonata allo scoppio di una guerra mondiale.

La pandemia di coronavirus, tuttavia, com'è noto dai dati epidemiologici non ha investito tutti i Paesi allo stesso modo. Alcuni, infatti, hanno registrato un numero significativo di casi positivi (ufficiali) e decessi, mentre altri sono stati praticamente “sfiorati” dalla diffusione della COVID-19. Gli scienziati stanno ancora studiando le ragioni di queste differenze, ma sembra possano aver giocato un ruolo significativo la temperatura, l'umidità, l'uso abituale delle mascherine, la scarsa densità della popolazione e altri fattori in grado di spezzare la catena dei contagi.

Nel momento in cui stiamo scrivendo, sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli ingegneri dell'Università Johns Hopkins, il Paese più colpito in assoluto sono gli Stati Uniti d'America, dove si contano oltre 2,3 milioni di contagiati (su una popolazione di 328 milioni di abitanti) e ben 120.402 decessi. Al secondo posto si trova il Brasile con 1,1 milioni di casi positivi e 51.271 morti, mentre al terzo per numero di decessi c'è il Regno Unito (42.731 vittime e 306mila contagiati). L'Italia, che ha occupato a lungo la prima posizione per positivi e decessi, e al momento al nono posto per positivi (238.720) e al quarto per vittime (34.657).

Questi dati si riflettono in tassi di letalità estremamente diversificati fra i vari Paesi. Negli Stati Uniti, ad esempio, siamo al 5,2 percento; in Brasile è il 4,6 percento; nel Regno Unito sfiora il 14 percento, mentre in Italia si registra il 14,5 percento. Ricordiamo che il tasso di letalità rappresenta il numero delle persone decedute diviso per il totale dei positivi “ufficiale”, e non va confuso col tasso di mortalità, che è invece il numero delle persone decedute a causa della COVID-19 diviso per il totale della popolazione esposta al patogeno (come ad esempio tutta l'Italia, o l'intero mondo). Ma il tasso di letalità è un dato da prendere con le “pinze”, poiché si riferisce solo ai contagiati registrati ufficialmente. Si ritiene che larghissima parte dei positivi al coronavirus sia asintomatico e dunque non è entrato nelle stime ufficiali; i numeri potrebbero essere sensibilmente più elevati di quelli riportati, abbattendo di conseguenza il tasso di letalità. In Italia, ad esempio, al momento esso è pari a 145 volte quello dell'influenza.

Anche se gli effettivi tassi di letalità e mortalità sono molto probabilmente più bassi, è evidente che la malattia uccida molto più dell'influenza, soprattutto nelle fasce di età più avanzate. In base ai dati dei CDC, nella fascia di età superiore agli 85 anni la COVID-19 uccide il 30,2 percento dei contagiati; in quella 75-84 anni il 21,2 percento; tra i 65 e i 74 anni il 10,7 percento; tra i 50 e i 64 anni il 3 percento; tra i 40 e i 49 anni l'8,9 percento; tra i 30 e i 39 anni il 3,6 percento; tra i 18 e i 29 anni l'1,3 percento; tra i 5 e i 17 anni lo 0,4 percento; mentre tra 0 e 4 anni il 2,1 percento. Per quanto concerne l'influenza stagionale, per gli over 65 il tasso di letalità è lo 0,83 percento; tra i 50 e i 64 anni lo 0,06 percento; tra i 18 e i 49 anni lo 0,02 percento; tra i 5 e i 17 anni lo 0,01 così come tra 0 e 4 anni. I metodi per calcolare diffusione e tassi di letalità dell'influenza variano molto rispetto a quelli della COVID-19, ma dai dati, per quanto “sporchi”, si evince quanto il patogeno emerso in Cina sia decisamente più pericoloso.