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L’obesità può aggravare l’infezione da coronavirus nei giovani

Un team di ricerca americano della Scuola di Medicina dell’Università Johns Hopkins ha trovato uno stretto legame tra obesità e giovane età dei pazienti ricoverati in terapia intensiva a causa del coronavirus SARS-CoV-2. Secondo gli studiosi, il peso eccessivo può determinare difficoltà respiratorie e alterare la risposta immunitaria, condizioni in grado di peggiorare in modo sensibile la prognosi della COVID-19.
A cura di Andrea Centini
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Nel momento in cui stiamo scrivendo, sulla base della mappa interattiva messa punto dagli scienziati dell'università americana Johns Hopkins, il coronavirus SARS-CoV-2 ha contagiato oltre 3,6 milioni di persone e ne ha uccise 252mila (in Italia si registrano 212mila contagiati e poco più di 29mila decessi). Oltre all'età avanzata, tra le condizioni più spesso individuate dai medici nei pazienti ricoverati per la COVID-19 (l'infezione causata dal patogeno) vi sono ipertensione, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Una nuova indagine condotta da scienziati statunitensi indica che anche l'obesità possa essere tra i principali fattori legati a una forma più grave della patologia, in particolar modo nei giovani.

A identificare il legame tra le due condizioni è stato un team di ricerca della Scuola di Medicina dell'Università Johns Hopkins di Baltimora, che ha seguito i casi di 265 pazienti ricoverati in terapia intensiva presso i centri medici delle università di Cincinnati, Washington, New York, Florida Health e Pennsylvania, oltre che della Johns Hopkins. Incrociando tutti i dati, gli scienziati David A Kass, Priya Duggal e Oscar Cingolani hanno trovato “una relazione critica inversa tra l'età e l'indice di massa corporea (BMI, body mass index), laddove i pazienti più giovani ammessi alla clinica d'emergenza erano anche quelli col peso maggiore. Quasi il 60 percento dei ricoverati coinvolti nell'indagine era di sesso maschile.

Ma perché l'obesità dovrebbe comportare un rischio maggiore per le complicazioni di un virus respiratorio? Allo stato attuale non ci sono ancora conferme, tuttavia gli scienziati ipotizzano diverse cause. L'obesità addominale, particolarmente ricorrente negli uomini, può determinare la compressione del diaframma, dei polmoni e dunque della capacità toracica, andando a influenzare la respirazione; se a queste difficoltà di base si aggiunge l'impatto potenzialmente catastrofico del coronavirus, è evidente quanto le complicazioni dell'infezione possano essere più acute in chi ha una condizione di obesità. È inoltre noto che il peso eccessivo determina una cosiddetta “infiammazione cronica di basso grado”, con un aumento delle citochine pro-infiammatorie circolanti. Tra le complicazioni più letali della COVID-19 vi è proprio la tempesta di citochine, che dunque nei soggetti con un BMI particolarmente elevato potrebbero essere ancora più devastanti. L'obesità può inoltre influenzare negativamente la capacità cardiovascolare, alterare le risposte infiammatorie all'infezione e determinare stress ossidativo, tutti fattori che durante un'infezione particolarmente aggressiva possono peggiorare la prognosi.

In base a quanto indicato dagli autori dello studio, il problema è particolarmente esteso negli Stati Uniti, dove quasi il 42 percento della popolazione è affetto da obesità, con un'incidenza molto maggiore rispetto a quella dell'Italia (20 percento), della Spagna (24 percento) e della Cina (6,2 percento), tutti Paesi dove il coronavirus ha colpito duramente. I dettagli della ricerca americana sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica The Lancet.

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