La cosiddetta “Long COVID” colpisce anche i bambini, nei quali potrebbe manifestarsi con una frequenza persino maggiore di quella riscontrata negli adulti. Si tratta di una condizione nota anche col nome di “sindrome post-COVID-19” o “postumi della COVID-19 a lungo termine”, ed è caratterizzata dalla persistenza di sintomi anche a mesi distanza dal superamento della fase acuta della COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2. Può emergere anche nei pazienti contagiati che hanno sperimentato un'infezione asintomatica o paucisintomatica, ovvero con sintomi lievissimi, e ciò la rende particolarmente subdola. La Long COVID non è ancora pienamente definita, e l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente annunciato di aver predisposto incontri tra medici, pazienti, virologi ed esperti di malattie infettive per mettere a punto linee guida concordate per trattarla. Si attende infatti una vera e propria ondata di casi nel prossimo futuro.

A determinare che la sindrome post-COVID-19 può interessare anche i più piccoli è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati italiani del Policlinico Gemelli Irccs di Roma, che hanno collaborato con i colleghi della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) e del Dipartimento di Pediatria e Malattie Infettive Pediatriche della Sechenov First Moscow State Medical University. Gli scienziati, coordinati dal dottor Danilo Buonsenso, infettivologo presso il Dipartimento della Salute della Donna e del Bambino presso il policlinico romano, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver seguito i casi di bambini e adolescenti (dai 5 fino ai 18 anni di età) che hanno ricevuto una diagnosi di infezione da coronavirus SARS-CoV-2, tra marzo e novembre dello scorso anno. Buonsenso e colleghi hanno coinvolto in tutto 129 bambini con un'età media di 11 anni (il 48,1 percento erano bambine). Per verificare la presenza e l'evoluzione della Long COVID, i pediatri hanno sottoposto uno specifico questionario (messo a punto dal team ISARIC Long Covid) a genitori e caregiver dei bambini, tra il 1° settembre 2020 e il 1° gennaio 2021.

Dall'analisi dei dati è emerso che poco più del 40 percento dei bambini aveva completamente recuperato dall'infezione, tuttavia, a 120 giorni (4 mesi) dalla diagnosi, il 52,7 percento aveva ancora almeno un sintomo legato alla COVID-19, mentre a 160 giorni tale percentuale era scesa al 36 percento. I sintomi della long COVID più sperimentati erano insonnia (18,6 percento dei casi); condizioni respiratorie/dolore toracico (14,7 percento); congestione nasale (12,4 percento); affaticamento (10,8 percento); dolore muscolare (10,1 percento) e articolare (6,9 percento). Alcuni bambini hanno riportato anche difficoltà nella concentrazione, un sintomo associato alla cosiddetta “nebbia cerebrale” che si manifesta con la sindrome post-COVID-19. Diversi bambini hanno sperimentato mal di testa, palpitazioni e una significativa carenza di energie, che impattava con le loro attività quotidiane. Sono tutti sintomi già osservati nei pazienti adulti colpiti da long COVID.

La frequenza della condizione nei bambini sembra essere persino maggiore rispetto a quanto rilevato negli adulti, pertanto, come specificato dal dottor Buonsenso all'ANSA, saranno condotti studi più approfonditi per comprenderne meglio le dinamiche e l'impatto. Le ricerche sulla long COVID sono ancora nella fase iniziale e quella guidata dal Policlinico Gemelli di Roma è stata una delle primissime a coinvolgere bambini; basti pensare che ad oggi ne era stata pubblicata soltanto una ad opera del Karolinska Institutet di Stoccolma, che aveva indagato sui casi di cinque giovani pazienti. I dettagli della nuova ricerca “Preliminary Evidence on Long COVID in children” sono disponibili nel database online MedRxiv, in attesa della revisione paritaria e la pubblicazione su una rivista scientifica (i dati sono stati presentati ad Acta Pediatrica).