La COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, può essere del tutto asintomatica oppure lieve, severa o critica, fino a determinare il decesso del paziente, come mostrano i drammatici dati della mappa interattiva messa a punto dalla'Università Johns Hopkins, che al momento rileva circa 1,2 milioni di morti in tutto il mondo a causa del patogeno (in Italia le vittime sono 37.700). In molti casi i sintomi spariscono brevemente, mentre in altri l'infezione può avere strascichi che si protraggono per un mese o addirittura più mesi. Quando la sintomatologia supera le quattro settimane, si è innanzi alla cosiddetta “Long COVID”, come la chiamano alcuni scienziati. Ora un team di ricerca internazionale ha inquadrato quali potrebbero i sintomi e i fattori di rischio che espongono i pazienti a un rischio maggiore di sviluppare la forma prolungata dell'infezione.

A condurre l'indagine è stato un gruppo di scienziati del King's College di Londra, che ha collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Unità di Epidemiologia clinica e traslazionale del Massachusetts General Hospital, dello University College London, della società Zoe Global Limited, del Dipartimento di scienze mediche dell'Università di Uppsala (Svezia) e di altri istituti. Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Claire J. Steves, docente presso il Dipartimento di ricerca sui gemelli e epidemiologia genetica dell'ateneo londinese, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i dati di oltre 4mila positivi al coronavirus, che hanno tutti rilasciato le indicazioni sui propri sintomi sull'App “Covid Symptom Study”.

Il 20 percento dei partecipanti ha dichiarato di non sentirsi bene dopo un mese; in 190 hanno affermato di avere ancora sintomi fino a otto settimane dall'inizio dell'infezione, mentre poco meno di 100 stavano ancora male a ben tre mesi di distanza. Tutti questi casi rientrano nella Long COVID, secondo gli autori della ricerca. Incrociando tutti i dati, la professoressa Steves e i colleghi hanno determinato che chi sperimenta almeno cinque sintomi tipici della COVID-19 nella prima settimana è a maggior rischio di sviluppare la forma duratura. “Avere più di cinque sintomi diversi nella prima settimana è stato uno dei principali fattori di rischio”, ha dichiarato alla BBC News la dottoressa Steves. Tra quelli più associati alla condizione vi sono l'affaticamento (rilevato nel 98 percento dei casi), il mal di testa (91 percento), le difficoltà respiratorie – dispnea e la perdita dell'olfatto (anosmia). Tra gli altri sintomi noti ricordiamo tosse, febbre, rinorrea, congiuntivite, dolori muscolari, problemi gastrointestinali e molti altri ancora.

Tra gli altri fattori di rischio associati alla Long COVID evidenziati dagli scienziati vi sono anche l'età, soprattutto quando superiore ai 50 anni, e l'essere donna. “Abbiamo visto sin dai primi dati che gli uomini erano molto più a rischio di malattie molto gravi e purtroppo di morire per Covid. Sembra che le donne siano più a rischio di Long COVID”, ha dichiarato la Steves. In base ai dati dell'App Covid Symptom Study, è emerso che il 22 percento di chi aveva più di 70 anni aveva sintomi prolungati, contro il 10 percento dei pazienti tra i 18 e i 49 anni. Le donne con Long COVID erano il 15 percento, contro il 10 percento degli uomini. Anche avere un indice di massa corporeo (BMI – Body Mass Index) più elevato era associato alla Long COVID, così come avere una storia di malattie polmonari  e asma. Elaborando i dati raccolti, gli scienziati britannici hanno messo a punto un algoritmo in grado di prevedere quali pazienti hanno maggiori probabilità di sviluppare la Long COVID, con una precisione (piuttosto bassa) del 69 percento. I risultati dello studio “Attributes and predictors of Long-COVID: analysis of COVID cases and their symptoms collected by the Covid Symptoms Study App” sono stati pubblicati sul database online MedrXiv e sono in attesa di revisione paritaria.