Il Giappone ha annunciato che entro il primo gennaio del 2019 deciderà se lasciare o meno La Commissione internazionale per la caccia alle balene (IWC), al fine di riprendere autonomamente la caccia ai grandi cetacei misticeti per scopi commerciali. La mossa di Tokyo è strettamente connessa al respingimento – avvenuto lo scorso settembre – alla sua proposta di riaprirla legalmente. La caccia alle balene è infatti vietata dal 1986 grazie all'introduzione di una moratoria ad hoc. Sulla base della “Dichiarazione di Florianapolis”, dal nome della città brasiliana che ha ospitato il 67° meeting della commissione, la caccia commerciale alle balene non sarà più oggetto di discussione presso la IWC, perché questi animali vanno tutelati e non cacciati.

La proposta giapponese fu respinta con 41 voti contrari (compreso quello dell'Italia), mentre per la riapertura della caccia commerciale si espressero a favore 27 Paesi. Altri due, Russia e Corea del Sud, si sono astenuti. Oltre al Giappone, tra i favorevoli c'erano anche Islanda e Norvegia, le due nazioni europee che già operano in aperto contrasto con la moratoria di 31 anni fa. Gli islandesi sono fra l'altro responsabili dell'uccisione di specie minacciate di estinzione come la balenottera comune (Balaenoptera physalus) e la balenottera azzurra (Balaenoptera musculus), anche se per quest'ultima si sono giustificati con la scusa degli “errori” e degli “ibridi”. Fra i numerosi piccoli Paesi che hanno espresso voto favorevole alla riapertura della caccia ce ne sono diversi che non hanno alcun interesse in questo tipo di attività, ma hanno debiti verso il Giappone. Secondo gli ambientalisti è stata proprio questa condizione ad averli spinti ad appoggiare la proposta nipponica, dal nome poco lungimirante di “The Way Forward”, La Via del Futuro, in realtà un sostanziale passo indietro rispetto alla moratoria del 1986, quando la caccia ai cetacei era legale.

A causa del fallimento della proposta, il vice ministro dell'Agricoltura e della Pesca giapponese Masaaki Taniai aveva dichiarato tutte le opzioni erano sul tavolo, visto “il fondamentale e intollerabile disaccordo all’interno della commissione sull’evidenza scientifica della sostenibilità della specie”, in riferimento alla caccia alle balenottere. Si trattava di una velata minaccia di abbandonare la commissione, già fatta in passato – un'analoga proposta fu respinta nel 2014 – ma che poi non è mai stata messa in atto. Gli aveva fatto eco il commissario giapponese alla IWC Joji Morishita, dichiarando che il respingimento non rappresentava “la fine della storia”. Adesso si attende la decisione definitiva sull'abbandono della IWC; nel caso dovesse andare in porto, il Giappone tornerebbe a cacciare le balene per scopi commerciali nella sua zona economica esclusiva (entro 370 km dalla costa).

Benché il respingimento di Florianopolis ha rappresentato una grande vittoria per le la tutela delle balene, i Paesi favorevoli alla riapertura alla caccia commerciale sono comunque responsabili della morte di migliaia di cetacei ogni anno. Il Giappone, ad esempio, sfrutta la scusa della ricerca scientifica dal 1987, mentre Norvegia e Islanda non si fanno problemi a dichiarare apertamente le loro intenzioni per fini commerciali. Col voto alla IWC cercavano solo l'approvazione legale delle proprie mattanze. La speranza è che il continuo ostruzionismo da parte delle nazioni contrarie e degli enti preposti spinga definitivamente questi popoli a fermare gli anacronistici e ingiustificati massacri di balene, dismettendo una volta per tutte arpioni e navi baleniere. La carne di balena, del resto, continua ad avere sempre meno successo dove viene commercializzata – ne restano invendute tonnellate ogni anno -, inoltre è da tempo nel mirino degli scienziati a causa dei livelli elevatissimi di contamimazione, in particolar modo di mercurio, che si accumula nei tessuti per magnificazione biologica.