I norvegesi hanno stabilito la quota di balenottere minori (Balaenoptera acutorostrata) da uccidere nel corso di quest'anno, ovvero 1.278 esemplari, con un aumento del 28 percento rispetto alla quota calcolata per il 2017. Ad annunciarlo è stato lo stesso ministro della Pesca Per Sandberg, attraverso un comunicato stampa pubblicato sul sito istituzionale. “Spero che la quota e la fusione delle zone di pesca costituiranno un buon punto di partenza per una buona stagione di caccia per il settore della caccia alle balene”, ha dichiarato il politico del Paese nordeuropeo.

L'aumento del numero degli esemplari da uccidere contrasta col declino di questa barbara e anacronistica pratica, perpetrata con modalità che lasciano morire i mammiferi marini in modo atroce. Gli arpioni esplosivi lanciati dalle baleniere, infatti, non sempre colpiscono i punti vitali, e spesso provocano ferite agghiaccianti alle balenottere, che affogano nel loro stesso sangue dopo una lentissima agonia. Benché nel 2017 fu approvata una quota di 999 esemplari da uccidere, alla fine la Norvegia ne massacrò ‘soltanto' 432 (660 nel 2015). Questo perché la richiesta interna di carne di balena sta apparentemente crollando, e molti stock vengono venduti proprio al Giappone, dove comunque si registrano tonnellate di carne invenduta ogni anno. Tanti privati hanno iniziato a comprendere quanto sia crudele e ingiusta la mattanza di questi meravigliosi animali, ma alcune istituzioni stanno facendo il possibile per tenere a galla l'industria, che dovrebbe essere confinata al passato.

La risposta delle associazioni ambientaliste all'annuncio della quota 2018 non si è fatta attendere: “Greenpeace crede che la Norvegia debba trarre le logiche conseguenze dal divieto imposto dalla IWC sulla caccia commerciale alle balene, dalla diffusa opposizione alla caccia alle balene, oltre che dalla mancanza di mercato interno per i prodotti, e chiudere questa industria superflua e superata”, ha sottolineato Truls Gulowsen, il capo di Greenpeace Norvegia. “La baleniera norvegese appartiene al passato – ha aggiunto Gulowsen – ed è mantenuta solo per ristrette ragioni politiche e dovrebbe essere eliminata il più rapidamente possibile”. Che sia una attività in declino lo dimostra anche il numero di navi baleniere norvegesi coinvolte nella caccia. Nel 1950 erano ben 350, mentre nel 2017 sono state soltanto 11, circa la metà di quelle che hanno operato l'anno precedente.

La Norvegia e l'Islanda sono le uniche nazioni al mondo che consentono la caccia commerciale ai grandi cetacei misticeti. Il Giappone, infatti, copre i suoi massacri nell'Oceano Antartico con l'assurdo stratagemma della “ricerca scientifica” – ma la carne finisce comunque nei supermercati -, mentre in altre parti del mondo è permessa la cosiddetta caccia tradizionale, con la licenza di uccidere alcuni animali nel corso dell'anno. La balena della Groenlandia uccisa da una ragazza Inuit di 18 anni nell'agosto 2017 e l'altro esemplare – di ben 200 anni – ucciso in aprile da un sedicenne del popolo Yupik rientrano proprio in questa categoria. Anche la Russia si è opposta alla moratoria della Commissione internazionale per la caccia alle balene (IWC, International Whaling Commission), che nel 1986 impose il divieto di caccia ai cetacei in tutto il mondo. La decisione si rese necessaria per gli effetti devastanti dell'industria baleniera avviata nel XVII secolo, che ha portato sull'orlo dell'estinzione numerose specie di grandi cetacei.