Quando si pensa all'esplorazione spaziale il primo nome che balza in mente è quello della NASA, tuttavia anche il nostro paese ha giocato – e gioca tuttora – un ruolo di primo piano in tale ambito, sin dal 1964, quando venne lanciato in orbita il primo satellite tricolore. Dieci anni dopo l'esordio fondò assieme ad altri paesi l'Agenzia Spaziale Europea (ESA), mentre nel 1988 l'Italia costituì un proprio ente governativo – l'ASI, Agenzia Spaziale Italiana – per operare anche in autonomia, sebbene la maggior parte delle missioni siano quasi sempre frutto di collaborazioni trasversali. Ecco le più importanti e affascinanti nelle quali il ‘Bel Paese' è stato coinvolto.

Philae cover

Il debutto italiano: alla scoperta dell'atmosfera

La prima missione spaziale italiana fu il lancio del satellite San Marco 1 per lo studio dell'atmosfera terrestre. Venne lanciato in orbita dalla Wallops Flight Facility (Virginia) nel dicembre del 1964 e tutta la missione fu programmata in stretta collaborazione con la NASA, che formò gli ingegneri italiani impegnati nel progetto. Il satellite San Marco 1 fu solo il primo della serie e fu utilizzato per ricerche sulla ionosfera.

Il San Marco 1 viene inserito nel vettore - Foto di NASA
in foto: Il San Marco 1 viene inserito nel vettore di lancio – Foto di NASA

I segreti dei raggi cosmici

Cos-B fu la prima missione dell'ESA e anche in questo caso si trattava del lancio di un satellite, ma con mansioni completamente diverse dal San Marco 1: Cos-B aveva infatti il compito di analizzare i raggi gamma (burst) provenienti da stelle e altri corpi celesti. Ne rivelò 25. L'Italia diede un contributo fondamentale avendo progettato alcuni strumenti per l'elaborazione dei dati. Lo studio dei raggi cosmici continua tuttora e nel 2008 il nostro paese è stato coinvolto anche nella missione GLAST/Fermi.

Il Cos-B, il primo satellite dell'ESA, un telescopio per studiare i raggi gamma - Foto di ESA
in foto: Il Cos–B, il primo satellite dell’ESA, un telescopio per studiare i raggi gamma – Foto di ESA

La scansione del pianeta Terra

Lo Spaceborne Imaging Radar (SIR) è un peculiare radar detto ‘ad apertura sintetica' che venne installato sullo Space Shuttle Endeavour. Scopo della missione, progettata da NASA, Italia e Germania, era una precisa mappatura della Terra grazie alla triplice frequenza di banda dello strumento. Fra le altre cose, essa permise di scoprire canali fluviali nascosti nel Sahara, segmenti nascosti della Muraglia cinese e altri monumenti affascinanti. Furono scansionati 50 milioni di chilometri quadrati a settimana.

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in foto: Il radar SIR posizionato sullo Shuttle Endevour per scansionare la Terra – Foto di NASA

Il più grande telescopio per i raggi-X

Lanciato il 10 dicembre 1999 dall'ESA dal Centre Spatial Guyanais di Kourou (Guyana francese), XMM-Newton è un telescopio spaziale per i raggi-X. Lungo 10 metri, largo 16 e pesante quasi 4 tonnellate, è il più grande satellite scientifico costruito in Europa e il più potente della sua categoria. L'Italia contribuì attraverso la costruzione dei tre avanzatissimi specchi dello strumento.

Una deplica del satellite XMM-Newton, il più grande telescopio per i raggi-X - Foto di Poppy
in foto: Una replica del satellite XMM–Newton, il più grande telescopio per i raggi–X – Foto di Poppy

Tre italiani per tre moduli

L'8 marzo del 2001, attraverso lo Shuttle Discovery, fu agganciato il modulo italiano “Leonardo” alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Fu il primo di tre moduli – gli altri si chiamavano Donatello e Raffaello – che vennero utilizzati fino al 2011 per lo scambio di attrezzature e rifiuti tra l'ISS e la Terra. Leonardo fu modificato per restare permanentemente agganciato alla ISS.

Il modulo Leonardo viene estratto dallo Shuttle Discovery - Foto di NASA
in foto: Il modulo Leonardo viene estratto dallo Shuttle Discovery – Foto di NASA

A caccia di buchi neri

Tra l'ottobre 2002 e il novembre 2004 l'Italia fu coinvolta nel lancio delle missioni INTEGRAL e Swift (Swift Gamma Ray Burst Explorer), due satelliti realizzati per studiare buchi neri e lampi gamma. Per SWIFT, il Centro spaziale Luigi Broglio dell'ASI a Malindi (Kenya) viene usato come base operativa per controllo dell'intera missione, mentre INTEGRAL equipaggia diversi strumenti con contributo italiano, come il telescopio IBIS e lo spettrometro SPI.

Illustrazione del satellite Integral, lanciato in orbita per lo studio dei buchi neri - Immagine di ESA
in foto: Illustrazione del satellite Integral, lanciato in orbita per lo studio dei buchi neri – Immagine di ESA

Alla scoperta di Venere, Marte e Saturno

Tra il 2005 e il 2014 la sonda dell'ESA Venus Express ha analizzato i segreti dell'atmosfera e della superficie del pianeta Venere; tra le scoperte più interessanti la presenza di fulmini e quella di un idrossile che era stato rinvenuto solo sul nostro pianeta. L'Italia contribuì con due importanti strumenti equipaggiati a bordo della sonda, dei quali il VIRTIS era il principale. Nel 2005 partì anche la famosa missione Mars Reconnaissance Orbiter per lo studio di Marte: a bordo si trova lo SHARAD, un radar italiano di tipo SAR deputato alla ricerca di acqua e ghiaccio. L'Italia ha partecipato anche alla sonda Cassini, che da 20 anni sta esplorando Saturno.

Illustrazione della sonda Cassini che orbita attorno a Saturno - Immagine di NASA
in foto: Illustrazione della sonda Cassini che orbita attorno a Saturno – Immagine di NASA

L'origine dell'Universo

Il 14 maggio 2009, grazie a un unico vettore di tipo Ariane 5, vengono lanciati in orbita i satelliti Planck Surveyor e Herschel Space Observatory. Il primo è dedicato alla misurazione della radiazione cosmica di fondo, allo studio degli ammassi stellari e del mezzo interstellare, mentre il secondo analizza la formazione delle galassie e la composizione chimica di stelle e altri corpi celesti. L'Italia ha collaborato alla costruzione di alcuni strumenti presenti su entrambi, che hanno fornito informazioni preziose sull'origine dell'Universo.

I preparativi del satellite Herschel - Foto di ESA
in foto: I preparativi del satellite Herschel – Foto di ESA

Il primo ‘accometaggio' della storia

Il 12 novembre 2014 il lander Philae equipaggiato a bordo della sonda Rosetta atterra sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, dopo un paio di rimbalzi, il malfunzionamento dei sistemi di ancoraggio e soprattutto dieci anni di inseguimento. Il cosiddetto ‘accometaggio' fu tuttavia sufficiente morbido, e Philae inviò immagini straordinarie – oltre che dati – del corpo celeste. È stato costruito dall'ASI in collaborazione con Germania e Francia.

Un modello del lander Philae, il primo nella storia ad 'accometare' - Foto di DLR German Aerospace
in foto: Un modello del lander Philae, il primo nella storia ad ’accometare’ – Foto di DLR German Aerospace

Atterraggio imperfetto

Progettato e costruito in Italia da Thales Alenia Space per ‘atterrare' su Marte e studiarne la superficie, il lander Schiapparelli lanciato in orbita nel 2016 si è purtroppo schiantato sul pianeta a 300 km/h, a causa di un problema con il computer di bordo che ha spento in anticipo i retrorazzi. I dati raccolti saranno tuttavia utili per una futura missione del 2020.

Un modello del lander Schiapparelli, schiantatosi su Marte - Foto di Pline
in foto: Un modello del lander Schiapparelli, schiantatosi su Marte – Foto di Pline

Gli italiani nello spazio

Gli italiani impegnati nelle missioni spaziali sono stati in tutto sette, sei uomini e una donna, dall'esordio di Umberto Guidoni – primo europeo sulla ISS – sino a Samantha Cristoforetti, in attesa del terzo viaggio spaziale di Paolo Nespoli previsto per maggio. Gli altri sono stati Franco Malerba, andato in orbita con lo Shuttle Atlantis; Roberto Vittori, impegnato in ‘voli taxi' ed esperimenti scientifici sulla ISS; Maurizio Cheli, primo astronauta italiano ad ottenere il ruolo di mission specialist e Luca Parmitano, il primo connazionale impegnato in un EVA, una ‘passeggiata' spaziale.

Samantha Cristoforetti, con indosso una tuta per le attività EVA - Foto di NASA
in foto: Samantha Cristoforetti, con indosso una tuta per le attività EVA – Foto di NASA/Robert Markowitz

[Illustrazione di Wikipedia]