Una delle caratteristiche fondamentali ancora da scoprire della COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, è la durata dell'immunità che si determina dopo averla contratta. È noto che la sottofamiglia dei coronavirus – cui appartengono anche patogeni responsabili del comune raffreddore – in linea generale inneschino una una protezione immunitaria di breve durata, e dunque è possibile già reinfettarsi nell'arco di 12 mesi. Tale durata sembrava essere confermata dai primi studi condotti sulla conta degli anticorpi rilevati nei contagiati dal SARS-CoV-2, dato che calano in maniera significativa già nel giro di un paio di mesi, ciò nonostante nuove indagini suggeriscono che la "scudo immunitario" possa essere garantito per almeno 8 o più mesi, o addirittura anni.

Una delle ultime ricerche a indicarlo è stata condotta da scienziati australiani dell'Università Monash di Melbourne, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Viral Entry and Vaccines Group – Burnet Institute e della Allergy, Asthma and Clinical Immunology del centro di ricerca Alfred Health. Gli studiosi, coordinati dal professor Menno C. van Zelm, docente presso il Dipartimento di Immunologia e Patologia dell'ateneo di Melbourne, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato una quarantina di campioni di sangue di 25 pazienti colpiti dalla COVID-19, tra 4 e 242 giorni di distanza dalla comparsa dei sintomi. I test di laboratorio sono stati condotti non solo per rilevare la presenza di anticorpi neutralizzanti, i cosiddetti IgG, ma anche altre cellule “di memoria” del sistema immunitario, i linfociti B e T.

Come sottolineato in un articolo pubblicato su The Conversation dal professor Nigel McMillan, direttore della sezione Malattie infettive e Immunologia presso il Menzies Health Institute dell'Università Griffith, il nostro sistema immunitario non si poggia solo sugli anticorpi, ma anche su altre “armi” che possono essere estremamente utili per prevenire nuove infezioni (o comunque la forma grave delle stesse). In questo arsenale sono incluse proprio le cellule B e T. Le prime “ricordano” il patogeno con cui abbiamo avuto a che fare (sia esso un virus, un batterio o un altro agente infettivo) e sono pronte a produrre rapidamente anticorpi freschi in caso di nuova esposizione; le seconde colpiscono e distruggono direttamente le cellule infettate dall'invasore. Sono in pratica sentinelle dormienti, pronte ad attivarsi nel caso di necessità.

Lo studio di Menno C. van Zelm e colleghi ha rilevato che nel sangue dei pazienti, anche se la conta degli anticorpi calava, erano presenti significative concentrazioni di cellule B e T a 8 mesi di distanza dal contagio. Ciò significa che il loro sistema immunitario era ancora preparato a prevenire l'infezione da coronavirus, o comunque a renderla più lieve in caso di contagio. L'aspetto più interessante è che tra queste cellule immunitarie c'erano quelle specifiche contro la proteina Spike o S del coronavirus SARS-CoV-2, quella che il patogeno sfrutta per invadere le cellule umane legandosi al recettore ACE-2. È una sorta di "grimaldello biologico" che scardina la parte cellulare, permette al virus di inserire l'RNA virale e dare il via al processo di replicazione che determina l'infezione. Non è un caso che tutti i vaccini candidati più promettenti puntino proprio a colpire la proteina S del patogeno emerso in Cina. Gli scienziati australiani hanno inoltre osservato che le cellule di memoria hanno specificità anche per il nucleocapside del coronavirus, un'altra componente fondamentale da colpire per impedire il rischio di reinfezione (ad oggi molto raro, sono noti meno di 30 casi in tutto il mondo su 60 milioni di contagi).

I dettagli della ricerca australiana “Rapid and lasting generation of B-cell memory to SARS-CoV-2 spike and nucleocapsid proteins in COVID-19 disease and convalescence” sono stati pubblicati sul database online BiorXiv e sono ancora in attesa di revisione paritaria, ma sono equivalenti a quelli della ricerca “Immunological memory to SARS-CoV-2 assessed for greater than six months after infection” guidata da scienziati americani del La Jolla Institute for Immunology. Gli autori dello studio coordinati dalla professoressa Jennifer M. Dan suggeriscono che l'immunità possa durare per anni.