In giallo le particelle virali del coronavirus, in blu e viola le strutture di una cellula invasa.
in foto: In giallo le particelle virali del coronavirus, in blu e viola le strutture di una cellula invasa.

Il coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2) alla fine dello scorso anno è un patogeno ancora poco conosciuto, benché laboratori di tutto il mondo siano impegnati da mesi a studiarlo alacremente, soprattutto per trovare al più presto una cura e un vaccino efficaci. Tra le caratteristiche più interessanti che stanno studiando gli scienziati vi è la capacità di resistere a determinate temperature; questa informazione, infatti, può essere estremamente preziosa sopratutto dal punto di vista della prevenzione, fondamentale per spezzare la catena dei contagi e dunque contrastare la diffusione della pandemia.

In base a quanto indicato nel rapporto “Indicazioni ad interim sull'igiene degli alimenti durante l'epidemia da virus SarS-CoV-2” redatto dal Gruppo Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza alimentare dell'Istituto Superiore di Sanità, a temperatura ambiente il patogeno risulta poco stabile, e virus infettante “può essere rilevato fino a 7 giorni a 22°C o fino a 1 giorno a 37°C”. A temperature più elevate, come quelle utilizzate per la cottura degli alimenti, il coronavirus risulta decisamente meno resistente: a 56° C virus in grado di replicarsi non può essere rilevato dopo mezz'ora, mentre bastano 5 minuti a 70° C per inattivarlo completamente. Questi dati sono paragonabili a quelli della resistenza dei coronavirus della SARS (Severe acute respiratory syndrome, sindrome respiratoria acuta grave) e della MERS (Middle East Respiratory Syndrome, o sindrome respiratoria mediorientale). Del resto sono tutti e tre betacoronavirus, che condividono un'ampia porzione di codice genetico (quello della SARS ne condivide circa l'80 percento col SARS-CoV-2). La resistenza a 70° C, emersa da un esperimento condotto da scienziati della Scuola di Sanità Pubblica dell'Università di Hong Kong, contrasta tuttavia con quello di una ricerca francese dell'Università di Aix-Marseille e dell'istituto IHU Méditerranée Infection, secondo la quale il virus sarebbe rilevabile fino a 15 minuti quando sottoposto a una temperatura di 92° C e per un'ora a 60° C.

Il coronavirus, spiega l'Istituto Superiore di Sanità, risulta stabile alle temperature di refrigerazione (+4° C), “con una riduzione totale del virus infettante pari a circa 0,7 log in 14 giorni, in condizioni ottimali per la sua sopravvivenza come quelle sperimentali di laboratorio”. Che il coronavirus prediliga il freddo è emerso da diverse indagini; fra esse vi è quella condotta dai due naturalisti Gentile Francesco Ficetola e Diego Rubolini dell’Università degli studi di Milano e pubblicata sul database online database MedrXiv. I due scienziati italiani hanno determinato che il patogeno si diffonde più velocemente in presenza di un clima freddo e secco, con temperatura di circa 5° C e un’umidità compresa tra 0,6 e 1 kilopascal. Proprio sulla base di questa “preferenza”, la mappa dell'applicazione “Monthly Climate Explorer for COVID-19” sviluppata dal Servizio per i cambiamenti climatici della missione Copernicus suggerisce che le condizioni climatiche di maggio dovrebbero aiutare a contrastare la diffusione del coronavirus in Italia.