La radiazione solare ultravioletta (UV) supplementare che giunge sulla Terra attraverso il buco dell'ozono ha un impatto significativo sul clima, che a sua volta determina stravolgimenti negli ecosistemi e nei fenomeni meteorologici, oltre a influenzare la nostra salute. Se ciò non bastasse, i cambiamenti climatici innescati dai raggi UV possono a loro volta rallentare la velocità di ripresa del buco dell'ozono, un percorso virtuoso in atto da quando è stato istituito il Protocollo di Montreal nel 1987, grazie al quale sono state messe al bando le sostanze responsabili della riduzione dell'ozonosfera (come i clorofluorocarburi).

La ricerca. A determinare l'impatto dei cambiamenti climatici alimentati dal buco dell'ozono è stato un copioso team di ricerca internazionale che fa capo all'Environmental Effects Assessment Panel delle Nazioni Unite. Gli scienziati, coordinati dal professor Paul W. Barnes, docente presso il Dipartimento di Scienze Biologiche dell'Università Loyola di New Orleans (Stati Uniti) e membro del Panel dell'ONU, hanno osservato che gli effetti della radiazione ultravioletta supplementare sono stati più forti sugli ecosistemi dell'emisfero australe. Barnes e colleghi sapevano bene che la riduzione dell'ozonosfera catalizza la pericolosità delle radiazioni UV, ma gli effetti a cascata legati alle alterazioni climatiche sono studiati solo da poco tempo. I ricercatori hanno osservato cambiamenti sostanziali nelle precipitazioni, nelle temperature superficiali dei mari e nelle correnti oceaniche dell'emisfero sud così significativi da stravolgere il posizionamento di nutrienti alla base delle catene alimentari, come le alghe e krill. Queste modifiche hanno fatto a loro volta migrare pesci, foche, pinguini, cetacei e altri animali, che si sono spostati in zone molto lontane da quelle che frequentavano abitualmente.

Effetti imprevedibili. Se l'abbassamento delle temperature in alcune aree ha migliorato la disponibilità di cibo e fatto aumentare di peso alcuni animali, come ad esempio gli albatri femmina che pesano in media un chilogrammo in più rispetto al passato, in altre c'è stato il processo opposto. Si sono infatti impoverite drasticamente a causa del calore eccessivo, come le foreste di Kelp (un'alga sottomarina) in Tasmania e le barriere coralline in Brasile. Il processo di acidificazione degli oceani a causa dell'anidride carbonica ha inoltre ridotto lo spessore dei gusci calcificati di moltissimi animali marini, esponendoli ancora di più ai rischi dei pericolosi raggi ultravioletti. Grazie alle iniziative sottoscritte in seno Protocollo di Montreal, secondo gli scienziati il buco dell'ozono dovrebbe tornare ai livelli precedenti al 1990 entro una trentina di anni , tuttavia ci sono ancora diversi rischi da non sottovalutare. Recentemente fabbriche cinesi hanno immenso in atmosfera grandi quantità di sostanze in grado di danneggiare l'ozonosfera, col rischio di rallentare il processo di “guarigione” in atto. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature Sustainability.