Un video caricato e rilanciato in diverse pagine salutiste su Facebook, in circolazione dall'estate scorsa, ripropone una singolare interpretazione di alcuni simboli presenti nelle bottiglie di plastica. I primi ad occuparsene sono stati i colleghi di Butac. Gli argomenti trattati si intrecciano anche con questioni da noi precedentemente affrontate, in contesti riguardanti l'alimentazione e le sostanze ritenute cancerogene. Torniamo quindi a fare un po' di chiarezza in questo mare di notizie allarmiste in Rete.

Cosa significa davvero l'etichetta PET?

L'interpretazione dei simboli nel filmato è alquanto singolare, anche perché pur riguardando il riciclaggio delle bottiglie si spingono oltre, dando avvertimenti inquietanti sulla salute. Prendiamo il caso del simbolo "Pet" (con questo acronimo si indica una parola molto complessa: "Polietilentereftalato", si tratta della materia plastica della famiglia dei poliesteri di cui si compone la tipica bottiglia), secondo le indicazioni del video "se usata può rilasciare metalli pesanti, che influenzano l’equilibrio ormonale". Quali sarebbero? Fin dal 2014 sono state manifestate delle preoccupazioni riguardo alla possibilità che questo genere di bottiglie rilasciassero degli "interferenti endocrini", ovvero in grado di interferire con l'equilibrio ormonale.

Dati a disposizione irrilevanti. Sull'ipotesi "ormonale" vertono due limiti sostanziali: il primo è che si tratta di sostanze ben al di sotto della soglia di sicurezza prevista dalle norme; il secondo riguarda le ricerche in merito, poche e irrilevanti. Riguardo il rilascio di antimonio – sostanza a cui si fa probabilmente riferimento – anche esponendo la bottiglia ad una temperatura di 40° centigradi per oltre una settimana, non si avrebbero quantità tali da superare i limiti previsti. Se vogliamo ottenere risultati rilevanti dobbiamo alzare la temperatura arrivando a 70° centigradi, con una esposizione di quattro mesi, questo stando ad una ricerca pubblicata su Enviromental Pollution nel 2014.

Il Pet è cancerogeno? Per chi volesse obiettare che lo Iarc ha classificato l'antimonio come cancerogeno facciamo notare che non è esatto. Questa sostanza fa parte del gruppo 2B, vale a dire che lo si ritiene "possibile cancerogeno", assieme al caffè e alle conserve di verdura; al di sotto della carne rossa (gruppo 2A) e di quella lavorata (gruppo 1). Le raccomandazioni previste per l'etichetta in questione sono dovute maggiormente alla presenza dei batteri, ragione per il quale è preferibile usare questo genere di bottiglie il meno possibile.

L'etichetta PVC e gli ftalati

Il Pvc, ovvero "cloruro di vinile" può contenere ftalati, vietati dall'Unione europea dal 2015, di cui avevamo già trattato riguardo agli imballaggi utilizzati nei fast food. C'è chi sostiene addirittura che causino femminizzazione, torniamo quindi alla questione degli squilibri ormonali. Già allora facevamo notare che l'American Chemistry Society escludeva pericoli per la salute:

These agencies concluded that phthalates used in commercial products do not pose a risk to human health at typical exposure levels.

Queste agenzie hanno concluso che gli ftalati utilizzati nei prodotti commerciali non costituiscono un rischio per la salute umana nei livelli tipici di esposizione.

Il poliestere e le sostanze cancerogene

Con l'etichetta "Ps" si intende il poliestere, meglio conosciuto come "polistirolo" negli usi per imballaggi. Secondo il video rilascerebbe sostanze cancerogene. Anche in questo caso ci viene in aiuto l'American Chemistry Society: non esiste alcun pericolo per la nostra salute. Suggeriamo anche la consultazione di un blog appositamente dedicato alle bufale riguardanti la plastica: PlasticMythBuster, dove non manca ovviamente un post sul poliestere.

Il temuto bisfenolo A

Per quanto siano stati presi provvedimenti politici a livello europeo – così come negli Stati Uniti – questi hanno basi cautelative che stando ai dati scientifici non sono fondate. Basti pensare che nel 2015 la Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare,) lo ha rienuto al di sotto della soglia di tolleranza per la salute, nelle quantità previste per i consumatori.