Le sostanze perfluoroalchiliche, meglio conosciute con l’acronimo di PFAS, hanno un impatto negativo sulla fertilità della donna, alterando il ciclo mestruale e i meccanismi biologici legati all'annidamento dell'embrione. Ma non solo. I PFAS, infatti, influenzano anche la regolarità della gravidanza, favoriscono gli aborti spontanei e le nascite premature e sottopeso, come emerso da un recentissimo studio sugli “Esiti Materni e Neonatali in Relazione alla Contaminazione da Sostanze Perfluoro Alchiliche”, un progetto di ricerca messo a punto dalla Regione Veneto per verificare gli effetti di queste sostanze che hanno fortemente inquinato diversi comuni (la "zona rossa"). In precedenza, un altro studio italiano aveva dimostrato che i PFAS riducono le dimensioni di pene e testicoli e la qualità dello sperma, catalizzando il rischio di infertilità maschile.

Organismo confuso. La nuova indagine, coordinata dai ricercatori dell'Università di Padova, ha dimostrato che i PFAS agiscono da interferenti endocrini anche sulle cellule dell'endometrio dell'utero, disturbando l'attivazione dei geni legata al progesterone. In parole semplici, queste sostanze vengono scambiate dall'organismo per i veri ormoni, e dei 300 geni normalmente attivati dal progesterone ne risultano alterati ben 127. Molti di essi sono responsabili dell'attecchimento dell'embrione nell'utero, ed è per questo che i PFAS inducono poliabortività. “Non tutti sono coinvolti nel meccanismo di attecchimento embrionale o nello sviluppo dell'endometrio, ma ne abbiamo trovate diverse decine direttamente coinvolti. Laddove il gene doveva essere stimolato, in presenza di PFAS risultava meno stimolato, laddove il gene sarebbe dovuto essere inibito, risultava meno inibito in presenza di PFAS. Questo può spiegare quella cascata di eventi biologici e clinici che si sono osservati finora nella zona rossa e in altre aree internazionali”, ha dichiarato il professor Andrea Di Nisio, coordinatore della ricerca assieme al professor Carlo Foresta.

Ritardo del ciclo mestruale. Ulteriori prove degli effetti degli PFAS sulla salute riproduttiva della donna sono stati ottenuti confrontando la situazione di 115 ventenni residenti nella zona rossa con quella di circa 1.500 ragazze non esposte a queste sostanze. Incrociando i dati è emerso che la prima mestruazione (menarca) nelle ragazze esposte ai PFAS si presenta in media con sei mesi di ritardo, inoltre si riscontrano alterazioni nel ciclo mestruale nel 30 percento delle ragazze contro il 20 percento della media. I risultati della ricerca, anticipati in un comunicato stampa pubblicato sul sito dell'Università di Padova, sono stati presentati in seno al XXXIV Convegno di medicina della riproduzione di Abano Terme.