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L'anno che sta per concludersi è stato caratterizzato da una serie di eventi eccezionali per il mondo della scienza, tra scoperte storiche, fallimenti e combinazioni geopolitiche che potrebbero avere effetti devastanti per noi e il nostro pianeta, ma più di tutto, il 2016 è stato l'anno del riscaldamento globale, il cui impatto, oltre ad esser stato sensibile a ogni latitudine, ha portato in dote una serie di nuovi e preoccupanti record negativi. Ecco com'è cambiato il volto del nostro pianeta a causa dell'innalzamento incontrollato delle temperature, legato intimamente all'operato della nostra specie.

Un caldo insopportabile

Mancano ancora i dati di dicembre, ma gli scienziati dell'autorevole National Oceanic and Atmospheric Administration e dell’Agenzia meteorologica delle Nazioni Unite hanno pochi dubbi sul fatto che il 2016 sia stato l'anno più caldo della storia, con una temperatura globale superiore di 1,2 gradi a quella dell'epoca preindustriale. Il record batte quello del 2015 e non fa sperare nulla di buono per il 2017, anche alla luce delle preoccupanti dichiarazioni sul riscaldamento globale del presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump. Se ciò non bastasse, nel XXI secolo sono stati registrati sedici dei diciassette anni più caldi della storia, inoltre, nel mese di settembre l'anidride carbonica atmosferica non è scesa sotto le 400 ppm (parti per milione), una concentrazione di gas serra che supera di 50 ppm la soglia di sicurezza.

Il pericolo del ghiaccio

Sebbene con l'accordo di Parigi si proverà a mantenere sotto i 2° centigradi l'aumento della temperatura globale, nell'Artico il problema del surriscaldamento sta già avendo esiti drammatici. Nel 2016, infatti, in alcune regioni sono state registrate temperature superiori di 30° centigradi rispetto alla media, con conseguenze devastanti sulla calotta glaciale. Non è un caso che lo scioglimento dei ghiacci quest'anno abbia toccato un nuovo record storico negativo; vi basti sapere che l'estensione della calotta è del 17,7% inferiore rispetto alla media tra il 1980 e il 2010. Tutto questo non solo si riflette sugli ecosistemi locali, ma gli scienziati stimano che entro il 2100 il processo di scioglimento possa innescare catastrofiche inondazioni in grado di far sparire intere metropoli costiere. Le statistiche indicano che potrebbero esserci ben tredici milioni di “rifugiati climatici” nei soli Stati Uniti.

Il crollo dell'agricoltura

Esistono piantagioni di interesse industriale che necessitano di una determinata temperatura e di specifiche condizioni atmosferiche per crescere rigogliose, come ad esempio quelle del caffè o di alcuni legumi. A causa del riscaldamento globale non solo sono stati completamente sovvertiti determinati equilibri nelle procedure di raccolto, ma in alcune regioni sono andate perdute intere piantagioni, principalmente in Uganda, un paese grande esportatore di caffè. Le alte temperature hanno aumentato il numero di parassiti e di malattie, facendo perdere il posto a tantissimi lavoratori che non hanno più uno stipendio per sfamare le proprie famiglie. La siccità ha causato grossi problemi anche nella ricca California, dove il tasso di mortalità delle foreste ha raggiunto una soglia record. Dal 2010 sono morti ben 66 milioni di alberi, senza contare che nelle aree più calde alcuni laghi hanno lasciato posto al deserto.

La morte della Grande Barriera Corallina

Negli ultimi trenta anni la Grande Barriera Corallina australiana ha perso il 50% della copertura di coralli, e il 2016 verrà ricordato come l'anno peggiore per la moria di questi animali, dopo l'altro annus horribilis segnalato dai biologi marini nel 1998. Il riscaldamento globale catalizza l'acidificazione degli oceani che ha un effetto devastante sui coralli, innescando quel processo degenerativo noto come sbiancamento (gli animali espellono le piccole alghe con le quali sono in simbiosi e muoiono).

[Illustrazione di avtar]