Alla data odierna, sabato 16 gennaio 2021, sulla base della mappa interattiva sviluppata dall'Università Johns Hopkins il coronavirus SARS-CoV-2 ha contagiato (ufficialmente) quasi 94 milioni di persone in tutto il mondo, mentre le vittime hanno appena superato i 2 milioni (in Italia si registrano 2,3 milioni di infezioni complessive e oltre 81mila morti). Si tratta di numeri ampiamente sottostimati secondo diversi esperti, in particolar modo per quel che concerne i contagi, dato che spesso le infezioni sono asintomatiche e non vengono rilevate dai sistemi di tracciamento. Anche a causa della circolazione di nuove varianti più infettive queste cifre sono destinate a crescere in modo significativo nelle prossime settimane. La speranza di tutti è legata alla campagna vaccinale globale avviata alla fine del 2020, la più grande nella storia dell'umanità, che continuerà nei prossimi anni fino alla “sconfitta” del nemico (che potrebbe diventare endemico e dar vita a un semplice raffreddore, secondo un recente studio).

Nonostante siano stati sviluppati vaccini sicuri e altamente efficaci contro il coronavirus, come quelli di Pfizer-BioNTech e Moderna-NIAID, c'è un problema di fondo legato alla disponibilità delle dosi: ne servono miliardi per l'intera popolazione mondiale, o perlomeno per la stragrande maggioranza di essa, e i limiti logistici nella produzione dei flaconcini fanno sì che i lotti prenotati arrivino scaglionati, settimana dopo settimana. Se tutti i vaccini anti COVID prenotati dall'Italia saranno approvati (quello di AstraZeneca su cui si punta molto ancora non lo è), si ritiene che la copertura completa si otterrà entro l'autunno del 2021. La situazione è la medesima negli altri Paesi, che dovranno aspettare mesi e mesi prima di poter disporre delle dosi sufficienti per immunizzare tutti i cittadini. In questa situazione una domanda sorge spontaneamente: ma non sarebbe possibile far produrre questi vaccini in nuove fabbriche, o in tutte quelle esistenti per velocizzare al massimo la produzione e la distribuzione delle dosi? Si potrebbe, ma c'è un ostacolo di cui si deve tenere conto: i brevetti.

I vaccini anti COVID sono infatti proprietà intellettuali delle case farmaceutiche e delle società di biotecnologie che li hanno sviluppati, come la canzone per un artista, per intenderci, e chi detiene il brevetto decide come e dove produrli. Pfizer, come indicato in un'interrogazione al Parlamento UE, “ha dichiarato di non avere intenzione di rinunciare alla protezione brevettuale, conferendole il diritto esclusivo di produrre il vaccino”. In parole semplici, il colosso farmaceutico americano, detenendo le proprietà intellettuali del farmaco, intende produrlo nei propri stabilimenti e ciò naturalmente si riflette sulla disponibilità limitata delle dosi, per semplici ragioni logistiche. È un diritto di chi ha creato qualunque cosa investendo tempo e denaro (il discorso sarebbe più complesso per coloro che hanno ricevuto finanziamenti pubblici). Ma siamo proprio sicuri che nel cuore di un'emergenza mondiale senza precedenti, con un impatto sanitario, sociale ed economico paragonabile a quello di una grande guerra, si possa in qualche modo porre un freno alla disponibilità di un farmaco “di vitale importanza per la popolazione mondiale” – come si legge nell'interrogazione al Parlamento UE – per questioni brevettuali? La risposta non è così semplice né scontata.

Nel mese di ottobre i governi dell'India e del Sudafrica chiesero all'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) di dotare i Paesi membri del potere di non concedere né applicare brevetti legati ai farmaci e ai vaccini contro il coronavirus SARS-CoV-2, fino al raggiungimento dell'immunità globale. L'iniziativa, sostenuta da esperti di diritti umani delle Nazioni Unite, non ebbe tuttavia avuto gli esiti sperati, e le proprietà intellettuali dei vaccini hanno continuato a sussistere. I governi, tuttavia, alla luce dell'emergenza potrebbero fare affidamento all’articolo 31 dell’Accordo TRIPS, acronimo di “The Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights” (Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale), grazie al quale si potrebbero aggirare i brevetti sui farmaci ritenuti essenziali e sfruttare le licenze per produrli dove e come lo si ritiene opportuno. In pratica, si potrebbero produrre i vaccini in qualunque fabbrica idonea, al fine di massimizzare la disponibilità delle dosi e velocizzare così l'importantissima campagna vaccinale.

L'opzione dell'articolo 31 è naturalmente sul tavolo dei governi, anche alla luce dei ritardi che stanno subendo i lotti dei vaccini già prenotati, ma si tratta di una strada che rischia di aprire gravi fratture con le case farmaceutiche (legate fra l'altro a enormi investimenti privati) con conseguenze da non sottovalutare a lungo termine, in particolar mondo sugli investimenti per la ricerca. Fortunatamente c'è anche chi ha deciso di non voler far valere i brevetti sul proprio vaccino anti COVID per tutta la durata della pandemia, “garantendo un ampio accesso a tutti coloro che ne hanno bisogno”, come riportato dall'organizzazione Medici Senza Frontiere. Stiamo parlando della società di biotecnologie Moderna Inc., che lo scorso 8 ottobre ha rilasciato il seguente comunicato: “Ci sentiamo obbligati, nelle circostanze attuali, di utilizzare le nostre risorse per porre fine a questa pandemia il più rapidamente possibile. Di conseguenza, mentre la pandemia continua, Moderna non farà valere i propri brevetti relativi alla COVID-19 contro coloro che producono vaccini destinati a combattere la pandemia. Inoltre, per eliminare qualsiasi barriera legata alle proprietà intellettuali sullo sviluppo del vaccino durante il periodo della pandemia, su richiesta siamo anche disposti a concedere in licenza la nostra proprietà intellettuale per i vaccini COVID-19 ad altri per il periodo post pandemia. Moderna è orgogliosa che la sua tecnologia mRNA sia pronta per essere utilizzata per aiutare a porre fine all'attuale pandemia”. Moderna, dunque, è intenzionata a condividere con la comunità scientifica e le istituzioni le proprietà intellettuali, le tecnologie e le conoscenze relative al vaccino mRNA-1273, al fine di garantire a qualunque fabbrica attrezzata la produzione rapida del vaccino anti COVID. Si tratta di un caso più unico che raro, dato che la stragrande maggioranza delle aziende farmaceutiche intende far valere i propri brevetti.

Per potenziare la produzione dei vaccini pur mantenendo salde le proprietà intellettuali, tuttavia, alcune aziende stanno stringendo accordi di licenza con altre case biofarmaceutiche e istituti di ricerca dislocati nel mondo. “Johnson & Johnson ha stipulato una partnership per il trasferimento della tecnologia del suo vaccino candidato con Aspen Pharmacare in Sudafrica, mentre AstraZeneca ha raggiunto un accordo di licenza con il Serum Institute of India per sviluppare fino a 1 miliardo di dosi del proprio vaccino per i paesi a basso e medio reddito”, ha dichiarato al New York Times Thomas Cueni, direttore generale della International Federation of Pharmaceutical Manufacturers and Associations. Sia AstraZeneca che Johnson & Johnson, oltre a GlaxoSmithKline, hanno inoltre annunciato che distribuiranno i propri vaccini anti COVID a prezzo di costo, dunque senza scopo di lucro, a differenza di Pfizer e Moderna. “Le aziende possono permettersi di concedere in licenza gratuitamente i propri brevetti o vendere farmaci a prezzo di costo, proprio perché sanno che la loro proprietà intellettuale sarà protetta. Non è un difetto nel sistema; è così che il sistema garantisce che la ricerca farmaceutica continuerà ad essere finanziata”, ha affermato Cueni, difendendo le aziende che decidono di tutelare i propri brevetti, anche nel contesto di una pandemia globale.

Secondo l'esperto, togliere le proprietà intellettuali alle aziende che desiderano mantenerle “non farebbe nulla per espandere l'accesso ai vaccini o per aumentare la capacità di produzione globale”. Cueni cita uno studio del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nel quale si stima che sarebbero necessari 1,56 miliardi di dollari in 25 anni “per costruire e gestire una struttura che produce tre vaccini”. Le strutture costerebbero meno nei Paesi in via di sviluppo come l'India, ma solo marginalmente, prosegue il dirigente. “L'attrezzatura necessaria per produrre vaccini – bioreattori, centrifughe, celle frigorifere e altro – è costosa ovunque. Ecco perché la produzione del vaccino per la COVID-19 avviene quasi esclusivamente nelle strutture esistenti”. Ma molte delle strutture attualmente idonee e disponibili non vengono utilizzate per produrre vaccini anti COVID proprio perché le licenze non sono state concesse da chi le detiene. La speranza è che si possa potenziare al più presto la produzione dei vaccini, al fine di distribuire in modo rapido ed equo nel mondo tutte le dosi necessarie per vincere questa lunga battaglia.