A circa sette mesi dalla scoperta del coronavirus SARS-CoV-2 gli scienziati devono ancora comprendere a fondo alcune caratteristiche del patogeno, come ad esempio la trasversalità dell'infezione e il modo in cui si diffonde. Secondo un recente studio condotto dalla prestigiosa Università di Yale oltre il 50 percento dei contagi sarebbe stato causato da asintomatici e pre-sintomatici, con tutto ciò che ne consegue in termini di prevenzione e “spegnimento” dei focolai. Ciò che sembra sempre più evidente è il ruolo marginale dei bambini nella catena dei contagi: non solo si ammalano meno e spesso presentano sintomi lievissimi – pur non mancando casi gravi e anche fatali -, ma sarebbero anche raramente contagiosi.

A sottolineare lo scarso impatto dei più piccoli nella circolazione del SARS-CoV-2 sono stati due pediatri esperti di malattie infettive, Benjamin Lee e William V. Raszka del Dipartimento di Pediatria presso il Larner College of Medicine dell'Università del Vermont, Stati Uniti. I due, che hanno scritto un lungo commento pubblicato sull'autorevole rivista scientifica specializzata “Pediatrics”, hanno affermato che i piccoli trasmettono raramente l'infezione sia tra di loro che agli adulti, pertanto la stragrande maggioranza delle scuole dovrebbe essere riaperta nei mesi autunnali. Ovviamente laddove l’indice di trasmissibilità del coronavirus (Rt) sia considerato adeguato e rispettando tutte le misure preventive del caso, come il distanziamento sociale e il costante lavaggio delle mani, con acqua e sapone o una soluzione idroalcolica.

A suffragio della loro affermazione, Lee e V. Raszka hanno citato i risultati di una serie di studi condotti sul tema, a partire dall'articolo “COVID-19 in Children and the Dynamics of Infection in Families” guidato da scienziati della Pediatric Infectious Diseases Unit svizzera, che hanno collaborato con i colleghi dell'Università di Ginevra. In questa ricerca gli scienziati hanno analizzato la trasmissione del coronavirus in 39 famiglie con bambini, e soltanto in 3 di esse i piccoli hanno sviluppato sintomi prima degli adulti. In tutti gli altri casi erano stati gli adulti a diffondere la COVID-19 nel proprio nucleo famigliare. In un altro studio condotto su 68 bambini cinesi, tutti ricoverati presso l'ospedale femminile e pediatrico di Qingdao, il 96 percento di essi è risultato essere stato infettato dai membri adulti della propria famiglia, così come per altri 9 bambini su 10 coinvolti in un'altra indagine effettuata in Cina. I pediatri Lee e V. Raszka hanno ricordato che un ragazzino francese affetto da COVID-19 ha esposto al coronavirus 80 compagni in 3 scuole diverse, ma nessuno di essi è rimasto infettato, mentre altre patologie respiratorie come l'influenza circolavano regolarmente tra gli studenti. In Australia, nel Nuovo Galles del Sud, 9 studenti contagiati hanno inoltre esposto più di 700 compagni e 130 operatori scolastici al coronavirus in diverse scuole, ma sono emersi soltanto due contagi secondari, uno dei quali trasmesso da un adulto a un bambino.

“I dati sono sorprendenti. Il punto chiave è che i bambini non stanno veicolando la pandemia. Dopo sei mesi, abbiamo una grande quantità di dati accumulati che mostrano come i bambini hanno meno probabilità di essere infettati e sembrano meno infettivi; sono gli adulti che si stanno riunendo, che non seguono i protocolli di sicurezza e che sono responsabili dell'impennata della curva”, ha dichiarato il dottor Raszka. Anche se in alcuni casi si stanno registrando tanti contagi nei bambini, come ad esempio in Texas, secondo l'esperto la colpa è sempre degli adulti che non si comportano correttamente, riunendosi in grandi gruppi senza indossare le mascherine.

In precedenza una ricerca francese condotta dall'Istituto Pasteur su circa 1.500 persone che frequentavano alcune scuole (tra studenti, insegnanti e bidelli) ha dimostrato che in nessun caso i bambini hanno trasmesso l'infezione agli altri, prima delle chiusure forza per il lockdown.