Nel momento in cui stiamo scrivendo, sulla base della mappa interattiva sviluppata dall'Università Johns Hopkins, nel mondo si registrano oltre 12 milioni di contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2 e quasi 550mila morti (in Italia gli infettati sono poco più di 242mila e i decessi 34.914). Questi sono i numeri ufficiali, ma si ritiene che rappresentino un'ampia sottostima di quelli reali, anche di dieci volte per quel che concerne i positivi. Questo perché la maggior parte delle persone testate con tampone rino-faringeo hanno sintomi evidenti, mentre è noto che una larga maggioranza dei contagiati dal patogeno emerso in Cina sono paucisintomatici (hanno sintomi lievissimi) oppure sono del tutto asintomatici. Secondo un nuovo studio, gli asintomatici e i pre-sintomatici, cioè i contagiati che si trovano nel periodo di incubazione, la fase antecedente alla comparsa di sintomi come febbre, tosse e difficoltà respiratorie, sono potenzialmente responsabili di oltre 50 percento dei contagi totali.

A determinare questa statistica un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della Scuola di Salute Pubblica della prestigiosa Università di Yale, Stati Uniti, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Agent-Based Modelling Laboratory dell'Università York di Toronto (Canada) e dell'Istituto dei Patogeni Emergenti dell'Università della Florida. Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Alison P. Galvani, docente presso il Center for Infectious Disease Modeling and Analysis dell'ateneo di New Haven, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver messo a punto sofisticati modelli matematici in grado di prevedere l'andamento della pandemia sulla base del tipo di infezione, e dunque l'evoluzione della curva epidemiologica.

Dai calcoli è stato determinato che per evitare l'emersione di nuovi grandi focolai con un tasso d'attacco superiore all'1 percento – e dunque potenziali seconde ondate – è fondamentale identificare e isolare oltre un terzo degli asintomatici e dei pre-sintomatici, definiti dagli studiosi come “casi silenti” o “infezioni silenziose”. “I nostri risultati indicano che l'isolamento dei pazienti con sintomi deve essere integrato con una rapida tracciabilità dei contatti e da test che identificano i casi asintomatici e presintomatici, al fine di allentare in sicurezza le attuali restrizioni e ridurre al minimo il rischio di una ripresa dei contagi”, hanno scritto la professoressa Galvani e i colleghi nell'abstract del proprio studio. Per andare a “caccia” delle infezioni silenti è dunque necessario predisporre tamponi rino-faringei a tappeto, che tuttavia possono essere complicati da effettuare su vastissima scala per varie ragioni. In Italia, ad esempio, si pensa di fare i test a studenti, insegnanti, bidelli e altri lavoratori quando riapriranno le scuole a settembre. I dettagli della ricerca “The implications of silent transmission for the control of COVID-19 outbreaks” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica PNAS.