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Covid 19

“Fase 2 avviata troppo presto in Italia”: cosa rischiamo secondo uno studio cinese

Un team di ricerca del Chinese PLA General Hospital di Pechino ha determinato che l’avvio della Fase 2 in Italia a partire dal 4 maggio sarebbe prematura. In base ai calcoli di un modello matematico messo a punto dagli studiosi, la fine dell’epidemia di coronavirus nel nostro Paese si verificherebbe il 6 agosto, pertanto aver aperto con tre mesi di anticipo ci esporrebbe al rischio di una seconda ondata epidemica.
A cura di Andrea Centini
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Da lunedì 4 maggio l'Italia è ufficialmente entrata nella Fase 2 dell'emergenza coronavirus, che ad oggi, sulla base della mappa interattiva messa a punto dall'Università Johns Hopkins e dei dati diffusi dalla Protezione Civile, ha determinato il contagio di oltre 210mila persone e la morte di 29mila (nel mondo infettati e decessi sono rispettivamente 3,5 milioni e 251mila). La situazione più drammatica nel nostro Paese è sicuramente alle spalle, quando i reparti di terapia intensiva erano sull'orlo del collasso e si contavano quasi mille morti al giorno, e anche la curva dei contagi è scesa a tal punto da consentire l'allentamento delle misure di contenimento. Ciò nonostante, secondo uno studio cinese, la parziale riapertura della Fase 2 sarebbe avvenuta troppo presto, con ben 3 mesi di anticipo. Ciò significa che staremmo rischiando una seconda ondata epidemica, che potrebbe avere effetti devastanti anche sotto il profilo sociale ed economico (già seriamente sotto stress).

Ad “avvisare” dei rischi che staremmo correndo a causa della (potenziale) apertura anticipata è stato un team di ricerca cinese del Second Medical Center presso il Chinese PLA General Hospital. Gli scienziati, coordinati dal dottor Wangping Jia, specialista in epidemiologia, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver sviluppato un modello matematico in grado di prevedere la tendenza dell'epidemia di COVID-19 (l'infezione causata dal coronavirus SARS-CoV-2) nel nostro Paese, mettendo a confronto i nostri dati con ciò che è accaduto nella provincia cinese dello Hunan, dove vivono circa 60-70 milioni di persone, e dunque confrontabile alla popolazione italiana. Come riferimento per prevedere l'evoluzione dell'epidemia sono stati utilizzati i dati temporali compresi tra il 22 gennaio e il 20 aprile 2020, estrapolati dal database della Johns Hopkins. Per l'analisi è stato utilizzato un modello modificato del SIR, il cosiddetto eSIR (acronimo di Extended Susceptible-Infected-Removed), nel quale hanno tenuto in considerazione le varie misure draconiane introdotte nelle varie zone.

Incrociando tutte le informazioni è emerso che, nel periodo di riferimento, il tasso netto di riproduzione o numero di riproduzione di base (l'R0), ovvero il numero medio di persone che un singolo contagiato riesce a infettare, in Italia risultava essere di 4,34, mentre nella provincia di Hunan (dove si contano solo un migliaio di contagiati) era di 3.16. Sulla base di questi calcoli è stato determinato che la fine dell'epidemia in Italia si verificherebbe il 6 agosto, dunque aver aperto il 4 maggio – seppur parzialmente – sarebbe una mossa prematura. “Secondo l'eSIR, nello Hunan i casi totali dovrebbero essere 3.369 e zero contagi si sarebbe verificato il 3 marzo, mentre in Italia le infezioni previste sarebbero circa 182.051, con una data di fine epidemia attesa attorno al 6 agosto”, hanno scritto gli studiosi. “Le ragioni di tale disparità potrebbero essere legate a diversi fattori, primo tra tutti la mancata tempestività nell'attuazione delle misure di contenimento in Italia”. Secondo Jia e colleghi, avremmo agito in ritardo, così come staremmo riaprendo in anticipo: “Pensiamo che sia troppo presto per allentare le restrizioni a partire dal 4 maggio. La potenziale seconda ondata potrebbe verificarsi qualora le restrizioni venissero allentate tre mesi prima. L'Italia non è alla fine del periodo dell'epidemia di COVID-19”, ha specificato Jia in un comunicato stampa.

Gli scienziati cinesi, tuttavia, sottolineano che ci sono diversi limiti nel modello matematico messo a punto, così come sono troppe le variabili in gioco. Dunque non è affatto "inciso nella pietra" che subiremo una seconda ondata epidemica. Tra i fattori limitanti dell'eSIR si segnalano la mancata inclusione del periodo di incubazione della patologia e il fatto che il numero dei contagiati effettivi possa essere sensibilmente superiore al dato ufficiale (secondo alcune indagini ci sarebbero dai 5 ai 10 casi in più per ogni singolo infetto "ufficiale"). Alcuni scienziati ritengono inoltre che anche il caldo possa avere un impatto molto positivo nella diffusione della pandemia, ad esempio facendo evaporare velocemente le goccioline (aerosol/droplet) nelle quali è presente la carica virale. Gli autori dello studio hanno concluso sottolineando l'importanza delle misure di contenimento nell'arginare la diffusione della pandemia. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Frontiers in Medicine.

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