Coronavirus
12 Ottobre 2021
16:20

Cosa sono gli anticorpi monoclonali Covid di Roche e come funzionano: possibile ok da EMA in 2 mesi

Tra i pochi farmaci raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per combattere la COVID-19, l’infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, figura la combinazione di anticorpi monoclonali casirivimab e imdevimab, distribuita da Roche e Regeneron col nome di Ronapreve. L’EMA si pronuncerà sulla commercializzazione della terapia entro due mesi. Ecco come funziona.
A cura di Andrea Centini
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L'Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha avviato l'iter per esaminare la richiesta di autorizzazione alla commercializzazione del cocktail di anticorpi monoclonali Ronapreve, messa a punto in collaborazione tra il colosso farmaceutico svizzero Roche e l'azienda statunitense Regeneron Pharmaceuticals. Il mix dei due anticorpi monoclonali – chiamati casirivimab e imdevimab – era precedentemente noto col nome sperimentale di REGN-CoV2. Balzò agli onori della cronaca internazionale poiché, esattamente un anno fa, fu somministrato per curare l'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dopo essere risultato positivo al coronavirus SARS-CoV-2 e aver necessitato di un ricovero presso un ospedale militare (il Walter Reed Medical Center).

Gli anticorpi monoclonali tecnicamente sono immunoglobuline neutralizzanti (IgG) semi-sintetiche, ingegnerizzate in laboratorio a partire da veri anticorpi anti Covid, ottenuti da campioni di plasma iperimmune di pazienti convalescenti e/o guariti. Il casirivimab e l'imdevimab sono progettati per legarsi a due siti distinti della proteina S o Spike del patogeno pandemico, il "grimaldello biologico" sfruttato dal coronavirus per legarsi alle cellule umane, rompere la parete cellulare, avviare il processo di replicazione e determinare la malattia. Nel recente studio “Antibody and cellular therapies for treatment of covid-19: a living systematic review and network meta-analysis”, condotto da scienziati dell'Università McMaster di Hamilton (Canada) e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The British Medical Journal, è stato determinato che il cocktail composto dai due anticorpi monoclonali è in grado di ridurre il rischio di ospedalizzazione dei pazienti contagiati. È proprio sulla scorta di questa revisione sistematica – che ha analizzato i risultati di una cinquantina di studi – che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha recentemente deciso di raccomandare l'uso del Ronapreve.

La raccomandazione del mix di anticorpi monoclonali è specifica per due categorie di pazienti con età superiore ai 12 anni. Il primo è composto dai positivi con la forma non severa della COVID-19 (la malattia provocata dal coronavirus SARS-CoV-2) ma che presentano tutti quei fattori di rischio associati a maggiori probabilità di peggioramento e ospedalizzazione; fra essi vi sono l'età avanzata, l'immunodepressione, l'obesità e una serie di comorbilità (altre patologie) come diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari e croniche all'apparato respiratorio. La seconda categoria cui l'OMS raccomanda il Ronapreve è composta da pazienti che hanno sviluppato la forma severa o critica della COVID-19 ma che non hanno sviluppato una risposta anticorpale adeguata contro l'invasione virale. In termini tecnici sono detti pazienti sieronegativi. “Per tutte le altre categorie di pazienti con la COVID-19, è inverosimile che i benefici di questo trattamento con anticorpi siano significativi”, hanno scritto gli scienziati canadesi sul BMJ.

In uno studio di Fase 2/3 randomizzato e controllato con placebo, nei pazienti trattati con il Ronapreve non sono stati osservati effetti collaterali gravi o dose-dipendenti, si legge in un comunicato stampa diffuso da Roche (che commercializza il mix al di fuori degli Stati Uniti). “In un'analisi di sicurezza che ha coinvolto 2.007 pazienti (Ronapreve=1.340, placebo=667) si sono verificati eventi avversi gravi nel 21% dei pazienti con Ronapreve (n=285) e nel 26% dei pazienti trattati con placebo (n=174)”, scrive Roche, dunque non sono state osservate differenze statisticamente rilevanti tra i due gruppi. “Reazioni correlate all'infusione e reazioni di ipersensibilità di grado >2 si sono verificate più comunemente tra i pazienti con Ronapreve (rispettivamente 2% e 1%) rispetto ai pazienti trattati con placebo (rispettivamente 1% e <0,5%)”, conclude il comunicato.  Tutti questi dati e l'efficacia clinica verranno valutati dall'EMA per concedere l'autorizzazione alla commercializzazione; il responso dovrebbe arrivare entro due mesi. Il via libera dell'AIFA dovrebbe seguire a stretto giro.

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