Una potenziale cura per il nuovo coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2) potrebbe arrivare dal plasma prelevato dalle persone guarite dall'infezione. Grazie ad esso, infatti, è possibile ottenere degli anticorpi con cui combattere la nuova patologia respiratoria, che l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha deciso di chiamare ufficialmente COVID-19.

Che il plasma dei guariti possa rappresentare una strategia efficace contro il coronavirus lo ha dichiarato l'azienda China National Biotec Group, che in un comunicato stampa citato dall'agenzia governativa cinese Xinhua ha affermato di aver ottenuto plasma convalescente e immunoglobuline (cioè anticorpi) da pazienti che hanno sconfitto il patogeno. Con questi preparati i medici hanno trattato dieci pazienti in via sperimentale, e tutti quanti hanno manifestato segnali di miglioramento. Come si legge nel comunicato, tra essi vi erano tre pazienti in condizioni critiche in un ospedale nel distretto di Jiangxia di Wuhan. “Secondo i risultati clinici, dopo 12/24 ore dalla ricezione del trattamento, i pazienti hanno mostrato un miglioramento dei sintomi clinici, con i principali indici infiammatori diminuiti in modo significativo e alcuni indici chiave come la saturazione di ossigeno nel sangue migliorati in modo completo”. Per questa ragione China National Biotec Group, che ha sviluppato anche test diagnostici, invita tutte le persone guarite dal coronavirus a donare il proprio plasma, un atto di generosità che potrebbe essere utile a salvare molte vite. Sulla base della mappa del contagio, nel momento in cui stiamo scrivendo il nuovo coronavirus ha infettato 64.460 persone e ne ha uccise 1.384.

Nonostante i risultati ottenuti col plasma e gli anticorpi, è ancora troppo presto per parlare di una possibile cura. Tuttavia ci sono ottime premesse per un trattamento realmente efficace, in grado di ridurre in modo significativo la mortalità della COVID-19. Già in passato, infatti, questa tecnica era stata adottata per il trattamento della SARS (Severe acute respiratory syndrome), dando risultati molto positivi, come indicato in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica specializzata Journal of Infectious Diseases. Non c'è da stupirsi che possa funzionare anche contro SARS-CoV-2, così chiamato poiché molto simile dal punto di vista genetico (condivide l'80 percento dei geni) al patogeno che tra il 2002 e il 2003 uccise poco meno di 800 persone. La stessa metodologia non era risultata efficace nel trattamento dell'Ebola, un virus sensibilmente più letale.