Gli allergici non rischiano di più un'infezione da coronavirus SARS-CoV-2 grave, come temuto in passato. Da quando il patogeno ha cominciato a diffondersi in Cina, alla fine dello scorso anno, gli esperti hanno infatti iniziato a domandarsi se le persone allergiche potessero essere in qualche modo esposte a un rischio maggiore in caso di contagio, a causa del fatto che il virus può determinare una risposta anomala del sistema immunitario. Una delle complicazioni più severe della COVID-19 (l'infezione provocata dal virus) è del resto la cosiddetta “tempesta di citochine”, una produzione esagerata di molecole immunitarie in grado di danneggiare in modo irreversibile gli organi e scatenare la famigerata sindrome da distress respiratorio acuto o ARDS. Ora arriva un'altra conferma sull'assenza di associazioni negative tra allergie e forma severa dell'infezione da coronavirus.

A dimostrare che le persone allergiche non rischiano di più dei non allergici è stato un team di ricerca guidato da scienziati dell'associazione American College of Allergy, Asthma and Immunology (ACAAI), che stanno tenendo proprio in questi giorni il proprio meeting annuale, in forma virtuale a causa della pandemia in corso. Gli scienziati, coordinati dal professor Dylan Timberlake, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato le cartelle cliniche di circa 300 pazienti ricoverati in ospedale e risultati positivi al coronavirus dopo il tampone rino-faringeo. “Durante il periodo di due mesi in cui abbiamo esaminato i grafici, abbiamo scoperto che la gravità della malattia non sembrava differire tra i pazienti COVID-19 con allergie, rispetto ai pazienti COVID-19 senza allergie”, ha dichiarato l'autore principale della ricerca in un comunicato stampa.

“Osservando i risultati per i pazienti basati su malattie allergiche come rinite allergica, asma, eczema e allergia alimentare, non abbiamo trovato differenze significative nel numero di interventi necessari per coloro che soffrono di allergie rispetto a quelli senza, quando si trattava di COVID -19”, ha affermato il coautore dello studio e allergologo Mitchell Grayson. Per interventi l'esperto si riferisce alla necessità di ossigeno supplementare, ricovero in unità di terapia intensiva, durata dell'intubazione e così via. “Ad esempio, per quanto riguarda il ricovero in terapia intensiva, il 43 percento di quelli con malattia allergica sono stati ammessi contro il 45 percento dei pazienti senza. E il 79 percento di quelli con allergia aveva bisogno di ossigeno supplementare contro il 74 percento di quelli senza”, ha dichiarato il dottor Grayson. Poiché molti pazienti con allergia soffrivano anche di broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), una patologia notoriamente associata a una maggior rischio per COVID-19, gli scienziati ne hanno tenuto conto durante la valutazione statistica.

I risultati della ricerca “Effects of Atopic Disease on Disease Severity in COVID-19” presentati durante il meeting virtuale della ACAAI non hanno rilevato la possibile “protezione” per gli allergici identificata da un'indagine italiana, basata sull'analisi di 500 cartelle cliniche di pazienti ricoverati in Nord Italia durante la prima ondata della pandemia. Gli scienziati coordinati dai professori Enrico Scala e Riccardo Asero avevano determinato che i pazienti allergici manifestavano una probabilità minore dei non allergici di sperimentare la forma grave o molto grave dell'infezione.