La COVID-19, l'infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2, è una patologia non ancora pienamente compresa, e gli scienziati di tutto il mondo la stanno studiando alacremente per individuare i fattori di rischio associati a una prognosi peggiore. Problemi cardiovascolari, diabete, obesità, essere uomini e anziani sono tutte condizioni per le quali diverse indagini (cliniche ed epidemiologiche) hanno fatto emergere un maggior rischio di mortalità. Ma potrebbero essercene altre. Tra quelle finite nel mirino degli esperti vi è la carenza della vitamina D, diffusa in diversi Paesi (Italia compresa).

Un gruppo di ricerca britannico composto da scienziati del The Queen Elizabeth Hospital Foundation Trust e dell'Università dell'East Anglia ha voluto indagare a fondo sulla questione, mettendo a confronto i dati sui livelli medi di vitamina D in 20 Paesi e la mortalità per coronavirus. Ricordiamo che nel momento in cui stiamo scrivendo, sulla base della mappa interattiva sviluppata dagli ingegneri dell'università americana Johns Hopkins, nel mondo risultano esserci oltre 3,5 milioni di persone contagiate “ufficialmente” dal coronavirus (ma sono sicuramente molte di più, secondo gli scienziati), mentre le vittime globali sono quasi 250mila, delle quali poco meno di 29mila in Italia.

Dopo aver identificato i livelli medi di vitamina D in una data popolazione, i ricercatori guidati dal professor Petre Cristian Ilie hanno incrociato i dati con quelli della mortalità per COVID-19, osservando che i Paesi colpiti più duramente sono proprio quelli in cui sussiste una maggiore carenza della vitamina. Nelle posizioni più elevate si trovano proprio l'Italia, la Spagna e la Svizzera, dove il coronavirus ha colpito duramente e nelle cui popolazioni anziane la carenza di vitamina D è una condizione particolarmente diffusa. È ancora troppo presto per giungere a conclusioni, anche perché i risultati dell'articolo pubblicato su Infectious Diseases sono preliminari e non ancora sottoposti a revisione paritaria, ma anche altre indagini sono giunte a conclusioni analoghe.

In Italia, ad esempio, il professor Giancarlo Isaia, docente di Geriatria e Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino, e il professor Enzo Medico, docente di Istologia presso l'Università degli Studi di Torino, hanno osservato una “elevatissima prevalenza di Ipovitaminosi D” nei pazienti con COVID-19 ricoverati nel capoluogo piemontese. I due scienziati hanno sottolineato nella propria relazione che avere livelli equilibrati di vitamina D – che si ottiene principalmente attraverso l'esposizione al sole – può offrire una maggiore resistenza all'aggressione del patogeno emerso in Cina, grazie alle proprietà di questo composto emerse da altre indagini. Tra quelle citate, la modulazione del sistema immunitario e la riduzione nel rischio di sviluppare infezioni respiratorie di origine virale, come lo è la COVID-19. Sebbene sia ancora tutto da confermare, sia gli scienziati britannici che quelli italiani suggeriscono che integratori e un'alimentazione equilibrata per raggiungere livelli ottimali di vitamina D possano essere d'aiuto nel contrasto alla pandemia di coronavirus.