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Coronavirus
27 Marzo 2020
11:33

Coronavirus, carenza di Vitamina D possibile fattore di rischio: la ricerca italiana

Due scienziati dell’Università degli Studi di Torino hanno determinato che la carenza di Vitamina D potrebbe rappresentare un fattore di rischio per la COVID-19, l’infezione scatenata dal coronavirus. Studi preliminari hanno rilevato che tra i pazienti ricoverati a Torino c’è un’elevatissima prevalenza di ipovitaminosi D. Ecco come e perché potremmo beneficiare da questa vitamina.
A cura di Andrea Centini
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La carenza di Vitamina D potrebbe rappresentare un fattore di rischio per la COVID-19, l'infezione causata dal nuovo coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2). A ipotizzarlo due scienziati dell'Università degli Studi di Torino, il professor Giancarlo Isaia, docente di Geriatria e Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino, e il professor Enzo Medico, docente di Istologia presso l'ateneo piemontese. I due ricercatori hanno elaborato un documento – che potete leggere a questo link – nel quale viene sottolineata l'importanza di adeguati livelli plasmatici di Vitamina D nella prevenzione di “numerose patologie croniche che possono ridurre l’aspettativa di vita nelle persone anziane”, un beneficio dimostrato da “numerose evidenze scientifiche e considerazioni epidemiologiche”. Secondo i due studiosi, la Vitamina D potrebbe determinare anche “una maggiore resistenza all’infezione COVID-19”.

Ma perché si sostiene che la Vitamina D possa aiutarci a proteggerci dal coronavirus? In prima istanza, Isaia e Medico sottolineano che questa vitamina gioca un ruolo attivo nella “modulazione del sistema immune”, ed è noto quanto sia importante una risposta immunitaria adeguata nell'evoluzione della COVID-19. Studi sui danni provocati dal coronavirus hanno evidenziato che i pazienti più gravi vengono colpiti da una severa polmonite bilaterale interstiziale, con versamento di liquido infiammatorio nei polmoni legato alla reazione spropositata del sistema immunitario, che cerca di difendere l'organismo dall'invasione del patogeno. I due scienziati hanno inoltre ricordato il ruolo della Vitamina D “nella riduzione del rischio di infezioni respiratorie di origine virale, incluse quelle da coronavirus”, oltre alla capacità di questo composto “di contrastare il danno polmonare da iperinfiammazione”.

Queste considerazioni si associano al dato sibillino dei primi studi preliminari sui pazienti ricoverati a Torino per la COVID-19, nei quali è stata osservata una “elevatissima prevalenza di Ipovitaminosi D”. In tanti, in pratica, manifestano carenza di Vitamina D, un problema molto diffuso nella popolazione anziana in Italia. Alla luce di ciò i ricercatori suggeriscono a tutti di esporsi in modo adeguato alla luce solare, anche da “balconi e terrazzi”, poiché com'è noto la radiazione solare rappresenta la principale fonte di approvvigionamento di Vitamina D. In aggiunta si raccomanda una dieta con cibi ricchi del composto: tra quelli indicati nel documento vi sono il pesce (sgombri, aringhe, spigole, alici e triglie), i funghi, la crescenza e le uova. Laddove necessario e in accordo col proprio medico, è possibile anche integrare la Vitamina D con appositi preparati.

Medico e Isaia sottolineano l'importanza di far raggiungere livelli adeguati di Vitamina D in tutta la popolazione, e in particolar modo ai contagiati del coronavirus. Suggeriscono inoltre di considerare la somministrazione per via endovenosa della forma attiva della Vitamina D (il Calcitriolo) “nei pazienti affetti da COVID- 19 e con funzionalità respiratoria particolarmente compromessa”. I risultati dell'indagine condotta dai due ricercatori, basati anche sulle raccomandazioni della British Dietetic Association, sono stati considerati “interessanti” dai soci dell'Accademia di Medicina di Torino. Dovranno tuttavia essere confermati da ricerche più approfondite.

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