Il coronavirus SARS-CoV-2 è conosciuto dagli scienziati da meno di un anno, pertanto diverse caratteristiche sono ancora “avvolte nella nebbia”. Tra le più importanti da determinare figura sicuramente la durata della protezione immunitaria in seguito all'infezione, sia essa asintomatica, lieve o severa. Sapere quanto dura la risposta anticorpale, se possa proteggerci dal rischio di reinfezione e se sia in grado di garantire una malattia non grave in caso di nuova esposizione al patogeno, sono informazioni cruciali che gli scienziati stanno provando a ottenere da tempo. Tra le indagini che possono favorire questa ricerca vi sono le analisi delle concentrazioni di anticorpi attraverso i cosiddetti test sierologici, in grado di rilevare le immunoglobuline IgG (anticorpi neutralizzanti), le IgM (esposizione recente) e via discorrendo. Diversi studi hanno scoperto un calo significativo e rapido degli anticorpi nelle persone contagiate, in particolar modo negli asintomatici e in chi ha sperimentato un'infezione lieve, allarmando l'opinione pubblica. Secondo alcuni esperti, tuttavia, non dovremmo preoccuparci di questi risultati.

Prima di indicare perché il calo rapido delle immunoglobuline non dovrebbe scatenare allarmismo, segnaliamo alcuni degli studi che hanno evidenziato questo “crollo anticorpale”. Uno dei più grandi e significativi è lo studio REACT (Real Time Assessment of Community Transmission), commissionato dal Dipartimento di Sanità e Assistenza sociale britannico e condotto da esperti dell'Imperial College di Londra. In parole semplici, analizzando il sangue di oltre 350mila cittadini attraverso tre test sierologici tra giugno e settembre, è stato determinato che gli anticorpi contro il coronavirus – laddove rilevati – sono “crollati” del 26,5 percento in soli 4 mesi. I cali più significativi sono stati registrati nelle persone con più di 75 anni di età e negli asintomatici. Attraverso un test sierologico modificato, un team di ricerca italiano guidato da scienziati dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano ha invece determinato che gli anticorpi di chi ha sperimentato un'infezione lieve si riducono del 50 percento nel giro di un mese. Diversi altri studi sono giunti alle medesime conclusioni, facendo "drizzare più di qualche antenna". Se gli anticorpi spariscono rapidamente, significa che potrò reinfettarmi dopo poco? La risposta anticorpale di un potenziale vaccino presenta lo stesso “limite”? Sono due delle domande più frequenti sui social. Alcuni scienziati intervistati dal New York Times hanno tuttavia sottolineato perché non dobbiamo preoccuparci di questi risultati.

Il primo a rispondere in maniera piuttosto aspra è l'immunologo Scott Hensley dell'Università della Pennsylvania, che ha definito "sciocchi" alcuni dei titoli di articoli relativi al calo di anticorpi. La riduzione, specifica l'esperto, è infatti “il segno di una normale risposta immunitaria sana”. “Non significa che quelle persone non abbiano più gli anticorpi – aggiunge lo scienziato – e non significa che non abbiano protezione”. “Gli anticorpi – gli ha fatto eco il dottor Paul Elliott, un epidemiologo dell'Imperial College di Londra – non rappresentano l'intera risposta immunitaria”. Nella battaglia contro i patogeni invasori, siano essi virus, batteri, parassiti e via discorrendo, entrano infatti in gioco anche le cellule T, che sebbene non siano in grado di prevenire una reinfezione, spiega il virologo Shane Crotty dell'Istituto di immunologia di La Jolla, possono prevenire una malattia più grave attenuando l'aggressione. La ricerca “Functional SARS-CoV-2-specific immune memory persists after mild COVID-19” coordinata da scienziati dell'Universit di Washington ha osservato una significativa persistenza di cellule T, B e altre cellule immunitarie nei pazienti con COVID-19, l'infezione prodotta dal coronavirus.

Il nostro organismo, quando entra in contatto con un agente patogeno, produce naturalmente anticorpi per combatterlo, e quando l'infezione acuta passa i livelli delle immunoglobuline calano naturalmente, anche per un motivo pratico, spiega il dottor Hensley: “Il nostro sistema linfatico, dove sono le cellule immunitarie, ha solo una quantità finita di spazio”. Gli anticorpi, dunque, diminuiscono liberando il prezioso spazio occupato, ma il nostro organismo conserva comunque la memoria del primo incontro con quel patogeno; nel caso in cui si venisse di nuovo in contatto con esso, le cellule che si trovano nel midollo osseo possono produrre nuove ondate di anticorpi specifici in poche ore. Al momento non è noto se la risposta anticorpale al SARS-CoV-2 sia sufficiente a proteggere dalle reinfezioni (sono stati evidenziati alcuni rari casi al mondo) o comunque se possa rendere meno aggressiva una ulteriore infezione. Alcuni dei pazienti reinfettati hanno sviluppati sintomi più gravi e purtroppo sono morti, mentre altri hanno sperimentato sintomi lievi o sono risultati asintomatici.

Per quanto concerne l'efficacia dei vaccini, una potenziale risposta anticorpale naturale di breve durata non deve farci temere per quella determinata dai farmaci, perché “il vaccino non deve imitare o rispecchiare l'infezione naturale”, ha specificato il dottor Crotty. Lo studioso ha aggiunto che la vaccinazione può scatenare una risposta molto più robusta ed efficace di quella naturale, facendo l'esempio del papillomavirus umano. "L'infezione naturale suscita una risposta immunitaria terribile e anticorpi scadenti – spiega lo studioso -, ma il vaccino con una singola immunizzazione sviluppa anticorpi fantastici che sono protettivi al 99% nelle persone per più di 10 anni. La differenza tra il giorno e la notte”. Va infine tenuto presente che un vaccino che scatena una risposta anticorpale di breve durata può essere favorito da somministrazioni cicliche, come avviene ad esempio anche per i virus influenzali (che sono tuttavia molteplici e mutevoli). Per tutte queste ragioni non dobbiamo preoccuparci dei crolli di anticorpi rilevati dagli studi, ma attendere con fiducia le indicazioni sull'effettiva durata ed efficacia della risposta immunitaria.