Il 21 settembre si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell'Alzheimer, istituita nel 1994 dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dall'Alzheimer Disease International (ADI), un'organizzazione senza scopo di lucro nata 34 anni fa. Come ogni anno, anche nel 2018 saranno organizzati meeting, convegni, spettacoli itineranti e tavole rotonde con i ricercatori in tutto il mondo dedicati al morbo. Lo scopo è sensibilizzare l'opinione pubblica su una delle patologie più invalidanti e drammatiche dei nostri tempi, caratterizzata da un impatto socioeconomico pesantissimo.

Il morbo di Alzheimer rappresenta infatti la principale forma di demenza al mondo, una famiglia di disturbi legati alla neurodegenerazione che comporta deficit cognitivi di varia gravità, con possibile compromissione della memoria, del linguaggio, del pensiero astratto, dell'orientamento spazio-temporale e di altre funzioni. La malattia non è un dramma soltanto per il malati, che rischiano persino di dimenticare chi sono i propri cari, ma anche per le famiglie, sulle spalle delle quali spesso grava la quasi totalità dell'assistenza. Si stima che nel mondo ci siano ben 50 milioni di malati di Alzheimer, con una nuova diagnosi ogni 3 secondi. A causa del progressivo invecchiamento della popolazione mondiale e della mancanza di cure – è uno dei fronti sui quali la ricerca fa più fatica -, i casi continuano ad aumentare inesorabilmente e continueranno a farlo. Le statistiche per il futuro, del resto, sono tutto fuorché rosee: nel 2050 i malati di Alzheimer saranno il triplo di quelli di oggi.

È proprio alla luce di questi drammatici dati che è stata istituita la Giornata Mondiale dell'Alzheimer, giunta quest'anno alla 25/ma edizione, per portare sotto i riflettori le conseguenze della patologia e sottolineare i passi avanti fatti dalla ricerca scientifica. In Italia, dove vivono 600mila malati di Alzheimer su un totale di 1,2 milioni di cittadini colpiti da demenza, il 21 settembre saranno organizzati numerosissimi eventi lungo tutto lo “stivale”. Proprio in occasione della data celebrativa sono stati presentati i risultati di 25 progetti guidati da giovani ricercatori sostenuti da Airalzh Onlus e da Coop, moltissimi dei quali puntano a diagnosi sempre più precise e precoci della patologia, caratterizzata dall'accumulo delle placche di beta-amiloide e dei grovigli di proteina tau nel tessuto cerebrale.

Tra le ricerche più promettenti, vi sono quelle volte all'identificazione di biomarcatori nei liquidi biologici, i perfezionamenti di strumenti per la diagnosi già noti – come la risonanza magnetica e la tomografia a positroni – e test per l'analisi del linguaggio dei pazienti. Sono studi portati avanti in soli due anni, un'inezia per la ricerca scientifica, ma che gettano solide basi per il futuro trattamento della patologia, la cui diagnosi precoce fa una differenza enorme sul ritardo della comparsa dei sintomi. Com'è noto, infatti, da quando ci si ammala possono trascorrere anche 20 anni prima che si manifestino i primi sintomi legati ai deficit cognitivi. Le cause dell'Alzheimer non sono ancora chiare, ma un recentissimo studio condotto da ricercatori britannici e pubblicato su British Medical Journal ha dimostrato che chi vive in città inquinate ha un rischio superiore del 40 percento di svilupparlo. Grandi speranze sono riposte nei risultati di una ricerca del 2016; in quel caso i ricercatori dell’UCLA e del Buck Institute, grazie a un programma terapeutico basato su trentasei punti, riuscirono a invertire il declino cognitivo in dieci pazienti affetti dalla patologia.