Cani che sbavano, che non riescono a deglutire o a respirare, cani che vengono fatti ammalare così da simulare la distrofia muscolare paralizzante, cani che soffrono fino alla morte: questi sono i migliori amici dell'uomo che vengono utilizzati per la sperimentazione di farmaci e cure il cui scopo è guarire noi. Non c'è nulla di cui stupirsi, questa è la realtà che si cela dietro alle medicine che ogni giorno ci servono per fermare un mal di testa o per curarci dal cancro e che, per essere messe in commercio, devono passare attraverso studi farmacologici per obbligo di legge. Le immagini veicolate da questo video raccontano come “vivono” i cani che si trovano nell'École nationale vétérinaire d’Alfort – Enva, l'Università nazione di veterinaria che si trova a Parigi , all'interno della quale vengono eseguiti test per conto della Téléthon Francia.

L'iter della sperimentazione: dagli animali agli umani

Il video è sicuramente sconvolgente, ma invece di limitarci ad additare Téléthon Francia, che da sempre è apertamente schierata a favore della sperimentazione animale, noi stessi dovremmo chiederci perché ad oggi gli animali siano ancora oggetto di sperimentazione quando, come dimostrano i dati statistici, l'indice di insuccesso su di loro è di oltre il 95%.

Ma i cani non sono gli unici esseri viventi rinchiusi nei laboratori, in Italia, ci racconta Michela Kuan, Responsabile area Ricerca senza Animali LAV, sono infatti oltre 700.000 all'anno, un dato questo sottostimato che non tiene conto degli animali ‘riutilizzati' (quelli cioè che sono già stati utilizzati per altri esperimenti e studi) o gli invertebrati (non considerati animali dalla legge, fatta eccezione per il polpo) e tutte le carcasse o parti di animali deceduti, perché le statistiche sono basate sempre e solo su animali vivi a conferma che il termine vivisezione è, purtroppo, del tutto attuale. E per fortuna, grazie alla LAV, nel nostro Paese è vietato sperimentare su cani e gatti randagi e su primati ominidi. In Europa il numero sale addirittura a 13 milioni.

[Foto di BUAV]

Particolarmente sfruttati sono i primati non umani, tra cui ad esempio i macachi, che, per il loro sviluppo cognitivo simile all'uomo, sono i ‘prediletti' per lo studio del cervello, di malattie legate al comportamento o virus come l’HIV” ci spiega sempre Michela Kuan che aggiunge “le scimmie, infatti, subiscono gravi coercizioni fisiche con impianti nel cranio e immobilizzazioni in strutture di contenzione. Durante l’esperimento sono oggetto di deprivazioni gravissime come la mancanza di acqua per giorni e sono così assetate da bere l’urina delle altre scimmie. Gli impianti elettrici nel cervello e negli occhi ne registrano le attività mentali e sono evidenti i segni di sofferenza e dolore, come lividi e sanguinamenti che si protraggono per settimane".

[Foto di BUAV]

A fini sperimentali si può usare qualsiasi specie e per qualsiasi scopo, persino lo studio di dipendenze da droghe o la depressione, malattie così tipicamente umane e “sociali”, nelle quali la sintomatologia viene indotta, ad esempio attraverso il nuoto forzato, in cui si obbliga l'animale a nuotare in una vasca ininterrottamente senza che alcuna possibilità di riposarsi. Altre pratiche implicano scosse elettriche ripetute con ovvie costrizioni fisiche, ma anche deprivazione materna. Studi questi che ricadono nella “ricerca di base” in cui non esiste nessun obbligo di legge per la sperimentazione, che potrebbe quindi essere evitata.

Ma se la sperimentazione sugli animali non è obbligatoria per alcuni fini e se non è efficace, perché continuiamo?

Al di là del motivo economico, la sperimentazione animale infatti permette ai ricercatori di dimostrare più facilmente l'efficacia o la innocuità di una sostanza attraverso la sperimentazione su animali, mentre quella condotta dai sistemi alternativi ne dimostrerebbe immediatamente l'inutilità o la pericolosità fatto che comporterebbe lo stop della ricerca e l’impossibilità di vendere un brevetto. Influente è anche l'inerzia culturale. A questo proposito Michela Kuan sottolinea come nelle università e in ambiti accademici “il modello animale sia promosso come unico punto di riferimento”. Insomma, finché i nostri ricercatori saranno convinti che l'unico modo per valutare l'efficacia e la sicurezza di un farmaco sia quello di sperimentare sugli animali, difficilmente riusciremo ad aprirci verso metodi alternativi.

[Foto di BUAV]

Detto questo viene da chiedersi, che fine fanno gli animali oggetto di sperimentazione?

Solo lo 0,01% di loro viene recuperato e adottato da famiglie o accolto in speciali centri di accoglienza”, ci fa sapere Michela Kuan, “la prassi più comune e semplice è la soppressione, anche se non necessaria”. Un esempio della possibilità di recupero è invece la campagna LAV per la salvaguardia dei macachi che adesso si trovano nel Centro di Recupero di Semproniano di Grosseto dove il loro percorso di riabilitazione sta proseguendo felicemente.

In conclusione, chiedere di sperimentare non più sugli animali, ma attraverso metodi alternativi non è tanto una questione animalista, quanto semmai una presa di coscienza utile alla nostra stessa salute: che senso ha vivisezionare un animale se le probabilità di successo sono praticamente nulle mentre esistono altri strumenti che ci permetterebbero di verificare realmente l'efficacia, ad esempio, di un farmaco?