Credit: NASA
in foto: Credit: NASA

Per circa 3 miliardi di anni il pianeta Venere sarebbe stato molto simile alla Terra, con oceani, una temperatura mite e probabilmente vita. Poi, 700 milioni di anni fa, deve essere accaduto un fenomeno catastrofico che lo ha trasformato nell'infernale oggetto celeste che conosciamo oggi, sferzato da un'atmosfera corrosiva, pressione al suolo devastante e un effetto serra talmente forte che le temperature massime superano i 460° centigradi, più elevate di quelle di Mercurio, il pianeta del Sistema solare più vicino alla stella.

A determinare questo passato glorioso del “Pianeta dell'Amore” sono stati i due scienziati Michael J. Way e Anthony D. Del Genio dell'autorevole NASA Goddard Institute for Space Studies di New York. I due sono giunti alle loro conclusioni partendo dai dati di precedenti studi su Venere, che sono stati inseriti in sofisticate simulazioni al computer (la cosiddetta modellazione matematica 3D GCM), grazie alla quale sono stati ricostruiti gli scenari più probabili della precedente “vita” del pianeta roccioso. Basandosi anche sulle informazioni raccolte dalla sonda Pioneer circa 40 anni fa, che verificò la presenza di un antico oceano poco profondo, Way e il collega hanno dimostrato che Venere potrebbe essere stato caratterizzato da oceani profondi (310 metri) e/o poco profondi (10 metri); in uno degli scenari il pianeta risultava persino completamente ricoperto dall'acqua. Le temperature spaziavano invece dai 20 ai 40° centigradi, una condizione perfettamente compatibile con la vita che conosciamo sulla Terra. Il fatto che un pianeta vicino al Sole come Venere potesse ospitare acqua e presentare temperature gradevoli potrebbe fra l'altro far riscrivere la definizione di pianeta abitabile; esopianeti considerati fino ad oggi inospitali potrebbero infatti essere "paradisi" nascosti.

L'idillio venusiano avrebbe avuto inizio 4,2 miliardi di anni fa e si sarebbe arrestato all'improvviso 700 milioni di anni fa. Secondo il professor Way, che lavora anche presso la GSFC Sellers Exoplanet Environments Collaboration e il Dipartimento di Fisica e Astronomia dell'Università di Uppsala (Svezia), a “scatenare l'inferno” su Venere sarebbe stata un'intensa attività vulcanica, che avrebbe proiettato in aria una quantità spaventosa di CO2 (anidride carbonica) dando il via al devastante effetto serra. Secondo gli scienziati potrebbe essersi "inceppato" il ciclo di riassorbimento della CO2 da parte del magma, forse perché solidificandosi ha permesso al gas di saturare l'atmosfera (oggi ne compone il 96 percento), rendendo il pianeta un mondo totalmente inospitale. Basti pensare che le temperature di Venere sono sufficienti a fondere il piombo, mentre sulla superficie si sperimenta una pressione paragonabile a quella sulla Terra, ma mille metri di profondità sotto la superficie dell'oceano. I dettagli della ricerca sul pianeta sono stati pubblicati in seno a una conferenza dell'EPSC-DPS 2019 tenutasi a Ginevra.