vaccino alzheimer trial clinico

Tra le diverse forme di demenza degenerativa, il morbo di Alzheimer è attualmente la più diffusa nel mondo, causa di grande sofferenza umana, sia per chi è affetto da tale disturbo sia per chi si occupa della cura del malato, oltre che di costi altissimi per la società. Stando ai dati riportati da un rapporto del 2010 analizzati dall'associazione Alzheimer Disease International la spesa economica complessiva a livello mondiale per i pazienti colpiti è pari a circa 600 miliardi di dollari l'anno, cifra che aumenterebbe fino all'85% entro il 2030 se gli attuali trend di crescita proseguissero invariati ed escludendo il mutamento di fattori micro e macroeconomici, portando ad un crescente aumento degli ammalati anche nei Paesi in via di sviluppo. Gli investimenti per le terapie anti Alzheimer sono diretti per il 70% in Nord America ed Europa, in riflesso ad una mancanza di assistenza sociale e ad una scarsità di farmaci nelle regioni più povere del Pianeta. In accordo con quelle che sono le stime della World Health Organization, la demenza è, tra le differenti tipologie di epidemie della nostra età, quella che sta conoscendo il più rapido incremento in assoluto, tendenza che spinge gli studiosi all'urgenza della ricerca.

morbo di alzheimer

A tutt'oggi non esiste alcuna cura per il morbo di Alzheimer, per quanto le strade percorse in questa direzione siano numerose. Del resto, non del tutto chiarite sono le ragioni stesse del malfunzionamento della APP (Amyloid Precursor Protein) che inizia a secernere una sostanza dannosa chiamata beta-amiloide, causa della formazione delle placche infiammabili caratteristiche del disturbo che danneggiano i neuroni in maniera irreversibile. I farmaci in uso sono semplicemente volti all'obiettivo di mitigare i sintomi, ragion per cui nella ricerca di una cura stabile e definitiva, gli scienziati stanno valutando tutte le possibili e differenti modalità di attacco della malattia tra le quali, certamente, l'ipotesi della vaccinazione è quella guardata con maggior interesse da parte della ricerca medica. Risale a circa un decennio fa il primo studio sull'uomo per testare un vaccino ma, all'epoca, la sperimentazione diede vita a una eccessiva quantità di conseguenze negative sull'organismo dei pazienti e venne così sospesa. In quell'occasione, il farmaco utilizzato aveva stimolato la proliferazione imprevista di alcuni leucociti (linfociti T) che avevano iniziato ad attaccare lo stesso tessuto cerebrale.

CAD106, nuove prospettive nella lotta contro l'epidemia del terzo millennio

Metodi – Il nuovo trattamento, frutto del lavoro dei ricercatori svedesi della Karolinska Institutet e i cui dettagli sono stati presentati dalla rivista specializzata THE LANCET Neurology, prevede un vaccino pensato per attivare una risposta immunitaria dell'organismo contro la beta-amiloide: nell'ambito di una prima fase di sperimentazione, finalizzata a verificare la sicurezza, la tollerabilità e l'efficacia di CAD106 nei pazienti che presentano il disturbo di Alzheimer in una fase ancora moderata, è stato eseguito uno studio in doppio cieco (double blind control procedure) con l'associazione di un gruppo di controllo a cui somministrare placebo. I partecipanti, in cura presso due centri della Svezia e di età compresa tra i 50 e gli 85 anni, sono stati osservati per un periodo di 52 settimane, separati in due suddivisioni: nella prima, 31 pazienti (24 trattati con CAD106, sette con placebo), nella seconda 27 pazienti (22 trattati con CAD 106, cinque con placebo).

Conclusioni – Nel complesso, alla fine della fase di indagine, è emerso che l'82% dei volontari coinvolti a cui è stato somministrato CAD106 ha effettivamente sviluppato anticorpi protettivi contro la beta-amiloide senza soffrire di effetti collaterali gravi, come era accaduto in passato: rilevate soltanto forme di rinofaringite o eritemi sulle porzioni di cute sfruttate per le iniezioni del farmaco. I risultati suggeriscono che il nuovo medicinale presenta un profilo di tollerabilità e sicurezza assolutamente adeguato e stimola una buona risposta immunitaria da parte dell'organismo nei pazienti affetti da morbo di Alzheimer. Saranno, tuttavia, trials più ampi e con dosi maggiori di vaccino per periodi di tempo ulteriormente prolungati a confermare o, eventualmente, smentire gli esiti di un'osservazione che, per il momento, sembra avviarsi verso la strada di un successo.