Per il momento gli scienziati invitano ad un cauto ottimismo dal momento che bisognerà ancora aspettare perché il farmaco possa essere testato sugli esseri umani, tuttavia sembrerebbe dimostrata l efficacia di una proteina, normalmente usata nella cura di alcune neoplasie, per ridurre i sintomi dell Alzheimer.

L'Alzheimer non distrugge soltanto i neuroni e l'esistenza di chi ha la sfortuna di esserne affetto; questo disturbo incide frequentemente anche sulla vita di chi ha un parente o una persona cara colpita dalla patologia, trasformandola molto spesso in una vera e lunga tribolazione senza spiragli di miglioramento. I dati del 2010 parlano di un totale, in tutto il mondo, di oltre 35 milioni di ammalati di Alzheimer o di altre demenze, con più di un milione nel nostro paese: numeri in costante incremento, in verità, a testimonianza di quella che va considerata una grande emergenza sanitaria del XXI secolo a cui bisognerebbe dare la massima priorità, al fine di mettere a punto strategie terapeutiche efficaci. Anche con una certa rapidità, se si considera che le proiezioni per il futuro prevedono, con questo ritmo di crescita, un 2050 in cui 115.4 milioni di persone saranno vittime dell'Alzheimer.

UN FARMACO ANTITUMORALE, LA NUOVA SPERANZA – Giunge dagli Stati Uniti l'ultimo studio che sembrerebbe promettere sviluppi significativi: i ricercatori della Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland, della Washington University School of Medicine, della Perelman School of Medicine di Philadelphia e della New York University School of Medicine hanno infatti rivelato, in un articolo pubblicato dall'autorevole rivista Science, che la somministrazione del bexarotene avrebbe dato dei risultati incoraggianti, almeno per quanto riguarda i topolini sui quali è stata condotta la prima sperimentazione. Questo principio attivo, approvato da oltre dieci anni dalla Food and Drug Administration, viene normalmente utilizzato per il trattamento terapeutico di gravi disturbi e manifestazioni cutanee nei pazienti affetti da linfoma e sembrerebbe avere un ruolo determinante nell'eliminazione delle placche amiloidi, le formazioni extracellulari di proteina beta-amiloide caratteristiche del morbo di Alzheimer: per il momento ha dimostrato di funzionare sugli animali da laboratorio ma gli scienziati, sebbene ottimisti, invitano alla necessaria cautela.

L'APOLIPOPROTEINA CHE «RIPULISCE» IL CERVELLO – Si chiama ApoE l'apolipoproteina che favorisce la rimozione dal cervello degli accumuli della proteina beta-amiloide e, già da diversi anni, è stato individuato il suo ruolo di «pulitore»; lo studio in questione mirava a dimostrare che un potenziamento di ApoE potrebbe essere estremamente efficace per eliminare le placche tipiche della malattia degenerativa, riuscendo così a far regredire i deficit cognitivi e mnemonici ed i disturbi comportamentali tipici dell'Alzheimer. Grazie al bexarotene, che agisce sui recettori dei retinoidi X capaci di controllare la quantità di apolipoproteina prodotta, gli scienziati hanno incrementato la capacità dell'organismo di produrre ApoE, riscontrando dei significativi progressi ad effetto quasi immediato: a sole sei ore dalla somministrazione del farmaco e per i tre giorni successivi, infatti, i livelli di beta-amiloidi nelle forme solubili sono diminuiti del 25%, conferendo al gruppo di animali su cui è stata eseguita la sperimentazione un notevole miglioramento comportamentale.

VERSO UN RECUPERO DELLA MEMORIA? – I ricercatori hanno sottoposto i topolini ad un semplice test, verificando inizialmente come, in quelli ammalati, l'istinto a costruirsi una tana fosse irrimediabilmente danneggiato: qualora un esemplare incappava in fazzoletti di carta, infatti, non mostrava alcuna reazione dimostrando di aver dimenticato buona parte delle proprie capacità. Ma, poche ore dopo la somministrazione, negli stessi è stato possibile notare un forte miglioramento che ha portato i topolini a riprendere le abitudini acquisite prima che sopraggiungesse il disturbo. Che sia il primo passo verso l'ipotesi di un nuovo trattamento? Forse è ancora troppo presto per dirlo anche se gli ottimi risultati raggiunti dal team guidato da Gary Landreth meritano certamente di essere giustamente incoraggiati: del resto, nella lotta ad una malattia di cui ancora non sono del tutto note le cause, si è sempre alla ricerca di possibili strade da seguire, nella speranza che l'Alzheimer, un giorno, possa essere veramente dimenticato.