Stefano Sandrone and Marco Bacigaluppi (2012) Learning from Default Mode Network: the predictive value of resting state in traumatic brain injury. The Journal of Neuroscience, 32: 1915–1917.
in foto: Stefano Sandrone and Marco Bacigaluppi (2012) Learning from Default Mode Network: the predictive value of resting state in traumatic brain injury. The Journal of Neuroscience, 32: 1915–1917.

Oltre ad essere medico, da molti riconosciuto come il più grande fisiologo italiano della sua generazione, Angelo Mosso fu un instancabile conoscitore che dedicò la propria vita non soltanto alla ricerca scientifica ma anche a quello archeologica, passando per l'organizzazione di quello che viene ritenuto il primo campionato di calcio della storia italiana, nel 1898. Inevitabile, dunque, che una figura caratterizzata da tale eclettismo, con una storia personale che oltretutto partiva dalle umili origini della sua famiglia della provincia di Torino, continui a destare curiosità ed interesse nel mondo scientifico: a buon diritto se si considera che dallo studio dei suoi manoscritti originali emergono ancora sorprese come quella di cui scrive un articolo recentemente pubblicato dalla rivista di neurologia Brain della Oxford University Press.

Un lavoro curato da Stefano Sandrone, Daniela Perani e Gianvito Martino dell'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e dello IUSS Pavia, in collaborazione con alcuni neuroscienziati italiani dell'Università degli Studi di Torino, del King’s College di Londra e della University of California di Los Angeles. Lo studio ha il merito di aver commentato per la prima volta alcune opere di Mosso, fornendo la traduzione in inglese di un testo dello studioso risalente 1884, aiutando così a scrivere un capitolo dello storia della medicina e delle neuroscienze fino ad ora ignoto ai più. Le vecchie pagine scritte da Angelo Mosso, infatti, hanno consentito agli studiosi di conoscere e recuperare i dettagli del funzionamento di una bilancia “per le emozioni”, frutto della sapiente capacità dello studioso di coniugare sapere scientifico ad abilità manuali: uno strumento in legno, capace di “pesare” l'attività cognitiva e gli impulsi, che costituiva una sorta di rudimentale approccio a quelle tecniche di neuroimaging che oggi sono il punto di partenza fondamentale per ogni ricerca relativa all'ambito delle neuroscienze.

«La prima volta in cui ho sentito parlare di Angelo Mosso» racconta Stefano Sandrone a scienze.fanpage «è stata durante una lezione di neuroscienze. Qualche mese dopo la lezione ho iniziato a cercare i manoscritti: brano dopo brano aumentavano sia il mio stupore verso questa strana bilancia, sia la passione, già molto grande, per le neuroscienze».

Ma come funzionava questa curiosa e “futuristica” macchina? Alla bilancia Mosso collegava una serie di apparecchi capaci di valutare la respirazione e la circolazione, con misure all'altezza del torace, delle mani e dei piedi del soggetto che veniva fatto coricare; quest'ultimo poi veniva invitato a rilassarsi per circa un’ora, lasso di tempo necessario affinché il sangue potesse raggiungere una posizione di “equilibrio” in tutto il corpo. Quando al volontario disteso era mostrato un testo scritto, la bilancia pendeva dalla parte della testa in modo proporzionale alla difficoltà della lettura: si trattava, insomma, della prima, sorprendente, dimostrazione di come l’attività cognitiva ed emotiva fosse intimamente legata ad un aumentato flusso di sangue nel cervello, che è maggiore all'aumentare della difficoltà del compito che si sta eseguendo.

Angelo Mosso
in foto: Angelo Mosso

Le onde causate dalla semplice respirazione erano in grado di suggerire all'osservatore intensità e variazioni dei flussi sanguigni quando la mente era impegnata in attività che richiedevano sforzi intellettuali di diverso tipo. Oggi sappiamo che quando pensiamo o proviamo emozioni aumenta il flusso di sangue al cervello (un esempio per tutti è stato lo studio di alcuni ricercatori britannici che hanno verificato cosa accade al cervello durante la lettura di un “emotivamente coinvolgente” romanzo di Jane Austen): ma fu Mosso il primo ad intuire quel meccanismo che, dopo decenni, sarebbe stato dimostrato dalla scienza contemporanea. Probabilmente attualmente uno scienziato non avrebbe bisogno di costruire dall'inizio uno strumento del genere; e, del resto, è forse anche l'incredibile abilità manuale di Mosso a costituire la cifra caratteristica dell'apparecchio.

Quel che più stupisce, in effetti , è quanto le differenze tra gli studi di Mosso e le ricerche attuali nel panorama neuroscientifico siano «meno marcate di quanto si possa immaginare» continua Stefano Sandrone «Cambia la tecnologia, ma le idee di fondo restano le stesse. Oggi sarebbe impensabile costruire artigianalmente uno strumento del genere, ma grazie alla ricerca scientifica abbiamo tecniche di neuroimaging come la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e la tomografia ad emissione di positroni (PET) che ci permettono di visualizzare, sebbene con alcuni limiti spaziali e temporali, il cervello durante l’attività cognitiva, emotiva e mentre riposa. Grazie a tecnologie come queste siamo quindi in grado di studiare, ad esempio, i correlati neurali della coscienza e scoprire dove sono custodite le nostre memorie nel cervello, analizzare cosa accade nel cervello di un ragazzo bilingue che "salta" da un idioma all'altro e cercare i limiti della sintassi tra i neuroni. Andando oltre gli utilizzi sperimentali, le tecniche di neuroimaging sono indispensabili in ambito clinico come per la diagnosi e la prognosi delle malattie cerebrali».

[Credits per la foto: Stefano Sandrone, Marco Bacigaluppi, Marco R. Galloni and Gianvito Martino (2012) Angelo Mosso (1846-1910). Journal of Neurology, 259: 2513–2514.]