© 2015 Strauss et al. via PLOS ONE
in foto: © 2015 Strauss et al. via PLOS ONE

Un caso di decapitazione umana risalente a 9.000 anni fa: è quello in cui si sono imbattuti i ricercatori del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology nella grotta di Lapa do Santo, Brasile centro-orientale.

Mani amputate e testa tagliata

Il sito in questione è ricco di testimonianze riconducibili all'occupazione da parte degli esseri umani a partire da 12.000 anni fa: raccoglitori di piante e cacciatori di animali di piccola taglia, questi individui hanno anche lasciato diverse tombe. Nel 2007 i ricercatori tedeschi trovarono frammenti di un corpo sepolto a circa 55 centimetri di profondità, al di sotto di una lastra calcarea. Un cranio, una mandibola, le prime sei vertebre cervicali e due mani separate. In particolare, le due mani erano state amputate e giacevano sulla parte frontale del teschio (quindi, appoggiate sul viso) opposte l’una all’altra.

Grazie alla spettrometria di massa con acceleratore, si è appurato che i reperti risalgono a circa 9.000 anni fa. Poi si è passato all’analisi degli isotopi dello stronzio, un esame condotto spesso sugli scheletri dei mammiferi per indagare sulla provenienza geografica e sulla mobilità dei mammiferi, cercando nello smalto dei denti e nelle ossa le tracce degli spostamenti dell’individuo. Queste analisi hanno consentito di stabilire, attraverso il confronto con gli altri individui sepolti nel sito di Lapa do Santo, che la vittima della “tomba 26” era un locale, probabilmente un membro della comunità.

Illustrazione della disposizione dei resti (© 2015 Strauss et al. via PLOS ONE)
in foto: Illustrazione della disposizione dei resti (© 2015 Strauss et al. via PLOS ONE)

Decapitazione rituale?

Questo dato, unitamente alla disposizione dei suoi resti, porta gli autori a ritenere che verosimilmente si ha a che fare non con il trofeo di un nemico sconfitto bensì con una decapitazione rituale: in ogni caso, la traccia più antica di una decapitazione nel Nuovo Mondo, un dato estremamente interessante per ricostruire la storia delle origini e della dispersione geografica delle popolazioni giunte nel continente americano attraverso la striscia di terre emerse dello stretto di Bering. La letteratura etnografica relativa all’America meridionale si è soffermata spesso su popolazioni in cui si era soliti decapitare l’avversario in segno di trionfo: gli Shuar, o Jívaro, sono probabilmente l’esempio più celebre di questo tipo. Ma a quanto pare, questo potrebbe essere un caso diverso.

Ad oggi, infatti, erano state ritrovate sepolture soltanto relativamente simili nello stesso sito: ma di corpi con la testa tagliata ce ne sono parecchi nell’area delle Ande. Questo potrebbe suggerire che la pratica della decapitazione sia iniziata nelle regioni montuose per poi diffondersi altrove, secondo i ricercatori. Poi, quale fosse lo scopo di questo rituale, resta comunque un mistero: André Strauss, il principale autore dell’articolo su PLOS ONE che illustra i dettagli della scoperta, spiega che potrebbe trattarsi anche semplicemente del modo in cui le persone del luogo esprimevano le proprie idee in fatto di cosmologia e di morte. Per il resto, al momento, poco altro ci è dato sapere.