Giunti attraverso lo stretto di Bering dall Asia per stabilirsi definitivamente nel continente americano in diverse ondate migratorie, i nativi americani hanno da sempre destato l attenzione di ricercatori di ogni campo del sapere, moltissimi dei quali interessati a carpirne i segreti nascosti nel patrimonio genetico. Come è accaduto con uno studio recente.

Nel corso dei secoli ciascuno ha attribuito ai nativi d'America nomi differenti, quali Indiani, Amerindi, Indios, Aborigeni americani, Pellirossa; gli antropologi hanno classificato queste popolazioni a seconda delle aree geografiche in cui vennero individuate, in base alla ricorrenza di determinati tratti culturali. Alcuni, tra i nativi, sopravvissero all'impatto con i popoli occidentali, seppur a difficoltà, e continuano a tutt'oggi a cercare di ritagliarsi angoli di pace in apposite riserve, altri vennero totalmente annientati nel momento in cui l'uomo bianco colonizzò quello che era stato il loro territorio e, prima ancora, quello degli avi. Un immenso mosaico di culture, molte delle quali distrutte da veri e propri genocidi, alcune consegnate ad una poco consolatoria immortalità grazie ad una nutrita letteratura e cinematografia (a volte, in verità, anche poco edificante), altre sparite per sempre nel buio dell'oblio, lasciando frammentarie tracce dietro di sé, troppo poche per poterci ancora narrare le ancestrali storie di quella gente lontana nel tempo.

Giunti attraverso lo stretto di Bering dall Asia per stabilirsi definitivamente nel continente americano in diverse ondate migratorie, i nativi americani hanno da sempre destato l attenzione di ricercatori di ogni campo del sapere, moltissimi dei quali interessati a carpirne i segreti nascosti nel patrimonio genetico. Come è accaduto con uno studio recente.

GLI STUDI SUL PATRIMONIO GENETICO – A partire dalla fine del XIX secolo soprattutto, le popolazioni native iniziarono a diventare di grande interesse per gli antropologi; si iniziò ad osservarne le ricchissime ed irripetibili tradizioni mentre, nei decenni più recenti, gli studi hanno riguardato anche la genetica di queste genti che per secoli hanno vissuto in isolamento. Sono numerosi gli studi che cercano di individuare quelle che sembrano essere le più antiche radici dell'umanità: negli ultimi tempi, accurate analisi condotte sugli aborigeni hanno dimostrato che gli autoctoni australiani sarebbero gli uomini più antichi del mondo e che nel loro DNA si celerebbero le tracce degli antichi contatti tra sapiens, neanderthalensis e uomo di Denisova. Per quanto riguarda le popolazioni amerindie, gli scienziati, negli anni, si sono dedicati spesso ad indagare i segreti nascosti all'interno del loro patrimonio genetico per rispondere ad una domanda: da dove provenivano quegli uomini?

STRETTO DI BERING O BERINGIA? – È dato noto, e riconosciuto ed accettato dalla scienza, che i primi uomini che misero piede sul continente americano avevano usato la via settentrionale, passando attraverso lo stretto di Bering: popolazioni asiatiche giunsero in diverse ondate migratorie nell'estremo nord e, da lì, si diffusero in tutto il territorio separandosi in numerosi gruppi in tutto differenti gli uni dagli altri. Diverse le ipotesi degli scienziati: l'una, la più datata, collocava l'arrivo di gruppi umani all'incirca intorno a 12 000 anni fa, quando l'Alaska e la Siberia dovevano essere collegate da un istmo largo poche centinaia di chilometri, comunemente indicato come Beringia che funzionò da ponte tra i due continenti durante le glaciazioni e a seconda dell'abbassamento del livello dei mari. L'altro modello suppone, viceversa, che i flussi migratori non avrebbero sfruttato il favore delle terre emerse ma, giungendo via mare, sarebbero passati attraverso lo Stretto di Bering circa 40 000 anni addietro: basato su ricerche e ritrovamenti più recenti, come quello di 33 crani nella bassa California che riporterebbero tracce genetiche riconducibili all'Asia meridionale piuttosto che alla Siberia, è attualmente maggiormente tenuto in considerazione, anche se l'argomento è ancora motivo di vivo dibattito tra gli studiosi.

L'ORIGINE DAI MONTI ALTAJ – L'ultima scoperta in materia certamente potrebbe fornire un contributo fondamentale per comprendere una parte della storia dell'umanità per molti aspetti ancora assai nebulosa. In un lavoro pubblicato dall'American Journal of Human Geneticsi ricercatori dell'Università della Pennsylvania si è occupata della comparazione del patrimonio genetico di diverse popolazioni native americane e della regione del Sud della Siberia dei monti Altaj: attualmente abitata da numerosi gruppi etnici che parlano una lingua turca, divisi  in due macro gruppi, settentrionale e meridionale, in base a diversi tratti antropologici, linguistici e culturali. Le analisi sulle variazioni del DNA mitocondriale e del cromosoma Y hanno consentito di evidenziare le forti differenze genetiche esistenti tra le popolazioni residenti nel Sud o nel Nord dell'area geografica dei Monti Altaj; contestualmente, gli studiosi hanno riscontrato negli altaici meridionali la presenza dell'aplogruppo Q del cromosoma Y, originatosi proprio in Asia e aplogruppo principale di quasi tutti i nativi americani. Incastrando, così, un nuovo tassello nella comprensione della filogenesi di questo ramo dell'umanità e individuando con maggiore precisione le connessioni tra due popolazioni che possono vantare antenati di 20 000 anni fa in comune, aumentando quelle che sono le nostre conoscenze a proposito del legame tra Siberia ed Americhe.