La corsia preferenziale intrapresa da tutti gli studi sui vaccini rischia di trasformarsi in un'arma a doppio taglio nel corso dei mesi a venire. Saltare totalmente o parzialmente alcune fasi degli studi clinici per velocizzare il processo di approvazione dei vaccini, infatti, rischia di portare a risultati "catastrofici". Lo ha affermato Douglas Green, vice direttore di Science Advances e immunologo, in un editoriale pubblicato sulla testata scientifica dal titolo "Fast is Slow and Slow is Fast", veloce è lento e lento è veloce.

Il senso è chiaro: a volte procedere più lentamente è più efficace rispetto al provare a fare le cose di fretta. Rischiando di sbagliare, dovendo poi ritornare sui propri passi. Nella situazione attuale, la pandemia di coronavirus sta forzando le normali procedure per la ricerca e lo sviluppo di un vaccino, che si suddividono in tre fasi principali. Le prime due, come spiega anche Green, prevedono test "su un piccolo gruppo di persone per determinare se il vaccino è sicuro nel breve termine e avvia la risposta immunitaria". In seguito, la terza fase è quella più lunga e complessa, perché prevede la somministrazione del vaccino a "un ampio gruppo di persone per comprenderne l'efficacia contro l'infezione e scoprirne eventuali effetti collaterali". Questa terza frase è necessariamente lunga in termini di tempo e richiede che l'infezione sia sufficientemente alta nel gruppo per poter trarre delle considerazioni sensate.

"In molti spingono per accelerare questi test e qualcuno spera di basarsi solamente sulle prove legate alla risposta immunitaria" spiega Green nell'editoriale. "Ma questo può essere catastrofico". Nel 1996, continua il testo, un test diffuso sul vaccino per il Respiratory Syncytial Virus (RSV) ha scoperto che le condizioni del gruppo di persone immuni peggiorava considerevolmente in seguito all'infezione. "Ci sono alcune ragioni per credere che possa succedere lo stesso con i vaccini per il Sars-Cov-2". Il problema è anche comprendere in che modo il virus si espande all'interno del nostro corpo, un elemento ancora non totalmente chiaro. Ma per poter sviluppare un vaccino bisogna capire, appunto, quali possono essere le controindicazioni dovute a un comportamento imprevisto del virus.

Solitamente i vaccini si affidano all'immunità adattiva basata sui linfociti B in grado di produrre anticorpi. Nel caso del RSV, per esempio, la mancanza di una adeguata affinità anticorpale ha portato al fallimento dell'efficacia del vaccino. Nel caso del Sars-Cov-2, il patogeno sembra rispondere agli anticorpi alla proteina S, responsabile per il riconoscimento e l'ingresso all'interno delle cellule attraverso il recettore ACE2. La maggior parte dei vaccini attualmente in sviluppo si concentrano su questa proteina. Ma anche in questo caso potrebbe ripetersi ciò che è avvenuto con il RSV, per esempio con il fenomeno dell'antibody-dependent enhancement (ADE), che vede gli anticorpi legati al virus legarsi anche ai recettori per gli anticorpi delle cellule, facilitando in questo modo l'infezione. ADE è stato osservato nei vaccini contro l'ebola e l'HIV, tra gli altri. "La necessità di assicurarsi che i vaccini siano sicuri è di vitale importanza" conclude Green. "La necessità di velocità è chiara, ma i rischi estremi devono essere valutati bene in confronto ai potenziali benefici".