Nel 2018 ci saranno più terremoti potenti – di magnitudo 7 o superiore – rispetto agli anni precedenti, a causa del rallentamento nella rotazione della Terra. Lo ha previsto un team di ricerca americano composto da geofisici e sismologi dell'Università del Colorado (CU) di Boulder e dell'Università del Montana di Missoula, che ha presentato un controverso studio in occasione della conferenza annuale della Geological Society of America tenutasi a Seattle, nello Stato di Washington. I ricercatori, coordinati dal professor Roger Bilham e dalla professoressa Rebecca Bendick, hanno infatti scoperto un legame tra l'impercettibile variazione nella velocità di rotazione del nostro pianeta attorno al proprio asse e picchi di terremoti devastanti.

Gli studiosi sono giunti a questa conclusione dopo aver analizzato statisticamente i dettagli sui terremoti più potenti degli ultimi 100 anni, scoprendo un picco ciclico nel numero di scosse devastanti ogni 32 anni. Quando si raggiunge questa fase, il numero di terremoti potenti incrementa da 2 a 5 rispetto alla media annuale di 18. Incredibilmente, i picchi emergono sempre alcuni anni dopo (5 o 6) dall'inizio del rallentamento dell'asse di rotazione terrestre, che pur essendo impercettibile (si parla infatti di millisecondi), potrebbe avere un impatto sul rilascio di energia nella crosta. Secondo Bilham, Bendick e colleghi potrebbe dipendere dagli effetti del flusso di ferro fuso nel nucleo, in particolar modo dalla sua interazione col mantello soprastante, ma si tratta di congetture per le quali andranno fatti studi più approfonditi. Poiché da 4 anni la rotazione terrestre ha iniziato il suo ciclico rallentamento, nel 2018 si attende dunque l'intensificarsi dei fenomeni devastanti.

Prevedere i terremoti, com'è noto, non è ancora scientificamente possibile, tuttavia la correlazione emersa dall'indagine dei due atenei statunitensi “è notevole e merita un approfondimento”, come sottolineato da alcuni colleghi sulle pagine del sito dell'autorevole rivista Science. Del resto anche una recente ricerca italiana dell'INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), pubblicata su Scientific Reports e basata su rilievi satellitari, ha fatto emergere che una deformazione in bacini idrici prodotta dal devastante sisma dell'Aquila potrebbe essere sfruttata come ‘indizio' predittivo. Dunque, sebbene non esistano prove acclarate, quella delle previsioni dei terremoti resta una branca della geologia in grande fermento, in vena di grandi rivelazioni.