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Summit di Rio, seconda opportunità per la Terra

Il divario tra coloro i quali si occupano di politica e le proposte degli scienziati per risolvere i problemi aumenta sempre più: il bilancio del ventennio che ci separa dall’altro vertice di Rio, quello del 1992.
A cura di Nadia Vitali
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summit di rio seconda opportunità per la terra

Poche aspettative sul vertice, soprattutto con la considerazione che, di fatto, potrebbero trasformarsi facilmente in illusioni: gli anni di proclami ed annunci, di fotografie ufficiali e linee guida da seguire e rispettare si sono succeduti senza tradursi in significativi passi avanti per la salute di un Pianeta, dal quale continuiamo incessantemente a cercare e pretendere tutte le risorse di cui ha bisogno un'umanità sempre più popolosa e affollata. Troppe le promesse, unite a quei trattati e quegli studi che, sovente, sono rimasti solo righe nere su un foglio bianco; e poi un'infinita mole di obblighi da rispettare ed impegni presi che non hanno mai inciso realmente sulle iniziative politiche, delle istituzioni o delle imprese, al punto da non diventare altro se non vuota retorica, limitatamente interessante, il cui senso concreto sfuggiva ai più.

Ritorno a Rio

summit 1992

A vent'anni di distanza dal summit della Terra tenutosi a Rio nel giugno del 1992, ci si ritrova a fare i conti con dei risultati scarni, quando non diametralmente opposti a quelli che erano nelle intenzioni degli accordi dell'epoca: constatando come il mondo, nel frattempo, abbia imparato soltanto a «perfezionare l'arte del negoziato», ma certamente non abbia cercato di mettere a disposizione delle esigenze della Terra e dei suoi sempre più numerosi abitanti tutte le possibilità che la scienza offre al fine di migliorare la vita degli individui. Questo perché, come si legge nell'editoriale dedicato all'evento Rio + 20 dalla rivista scientifica Nature«il divario tra scienza e politica sembra aumentare anziché ridursi»: così, mentre le direttive che guardano ad eventuali soluzioni ci sono da tempo, mentre agli Stati era già chiarissimo quello che andava fatto già vent'anni fa e le promesse in questo senso erano piovute copiosamente sulle agende dei Paesi, mentre le ricerche sugli effetti dannosi di emissioni, deforestazione ed altri squilibri del genere continuano ad accumularsi, ormai anche un po' sterilmente, tutto resta immobile.

Comprensibilmente, quest'anno si sbarca a Rio con «un certo senso di tristezza, se non di imminente rovina». Non serve tornare lì, dove tutto ebbe inizio, per conferire nuova linfa vitale agli entusiasmi di vent'anni fa, naufragati in due decenni che hanno conosciuto l'incremento del consumismo e l'arrivo sul mercato di nuove superpotenze, a cui ha corrisposto il declino di altre, disastri ambientali e, come colpo di coda non da poco, una crisi economica globale che non ha contribuito certamente a creare solidarietà tra le nazioni, a disporre gli animi di tutti verso la cooperazione e, soprattutto, a curarsi delle problematiche del Pianeta, guardando a come investire nelle sue risorse, anziché predarle ciecamente: ponendo così una grossa ipoteca su un futuro sempre più vicino. Così, se all'epoca gli scienziati dovevano invitare governatori, leader e delegati alla cautela, per evitare lo sconforto che segue ai grandi annunci privi di riscontri nella realtà, il momento del bilancio tanto atteso rivela che la situazione, di fatto, è per molti aspetti anche peggiorata, rispetto al 1992: con l'aggravante che laddove si è scelto di adottare una linea forte e risolutiva, come con il problema del buco dell'ozono, i miglioramenti sono stati effettivamente verificati.

Se le emissioni aumentano e la biodiversità diminuisce

effetto serra

Ma il problema principale di questo summit non è né lo scarso entusiasmo di quanti si avviano a partecipare né, forse, la poca attenzione che si prepara a ricevere da parte degli organi di informazione mondiale (complici le defezioni di grandi leader e, forse anche i campionati europei, almeno per i Paesi interessati): perché questi elementi sono soltanto secondari ai dati poco rassicuranti con cui delegazioni, politici ed associazioni dovranno confrontarsi. Numeri che gli scienziati hanno ripetuto in questi anni, proprio a testimonianza di quel «divario» che non vuole essere colmato: nel 1990 le emissioni di anidride carbonica ammontavano a 22.7 miliardi di tonnellate, una soglia oltre la quale il mondo ha proseguito ad andare tranquillamente negli anni successivi, al punto che, per il 2010, i valori si assestavano sui 33 miliardi, con un incremento del 45%. Proprio in quell'anno, il biossido di carbonio ha conosciuto un'impennata dei livelli nell'atmosfera pari al 5%, con il più rapido aumento nella storia delle ultime due decadi, proprio mentre l'economia si ritrovava a fare i conti con la crisi iniziata due anni prima; la crescita è costante dal 1970 e mira solo, evidentemente, ad espandersi. Come spiegano Jeff Tollefson e Natasha Gilbert su Nature, se da un lato i Paesi industrializzati sono vicini a mettere a segno il "trionfo" di una riduzione totale del 7% delle emissioni, il dato si spiega in larga parte con la dismissione degli impianti industriali dell'ex Unione Sovietica e con le contingenze economiche degli ultimi anni. Numeri che, oltretutto, non sono sufficientemente bilanciati dal raddoppio dei Paesi in via di sviluppo che, nel ventennio di riferimento, sono passati dal 29 al 54%, e dalla tendenza degli Stati Uniti, principali Paesi inquinanti, responsabili da soli dell'11%.

E se l'inquinamento cresce al di fuori di ogni possibile controllo, prevedibilmente, a risentirne sono le condizioni di salute degli ecosistemi: la biodiversità diminuisce concretamente e, secondo i dati della International Union for Conservation of Nature attualmente sono a rischio il 30% degli anfibi, il 21% degli uccelli e il 25% dei mammiferi. Complici la deforestazione, l'ampliamento dei terreni coltivabili e l'incremento delle monocolture (con tutti i danni che questo tipo di politica comporta, non solo per l'agricoltura ma anche per l'economia dei Paesi più poveri), l'espansione di realtà urbane e, in molti luoghi, la semplice mancanza di tutela che si renderebbe indispensabile nei confronti di alcune specie in pericolo.

Ad una situazione fin troppo chiara, supportata da anni di analisi scientifiche condotte dai più autorevoli studiosi mondiali, ci si augura che corrispondano chiare dichiarazioni d'intenti: che se non possono fare nulla nell'immediato, significherebbero già molto a fronte degli annunci sottovoce usciti dagli ultimi vertici internazionali su clima e ambiente. Riconoscere che gli ultimi venti anni sono stati, tutto sommato, un bel fallimento sarebbe un primo concreto passo avanti per allontanarsi dalla strada del facile proclama ottimista: augurandosi che l'alternativa non sia quella di evitare, a prescindere, obblighi e promesse, cedendo all'inoperosità e all'apatia ancor prima di aver iniziato seriamente ad impegnarsi.

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