Vladimir Putin

Due anni fa, era il luglio 2011, l’Economist uscì con una copertina dal titolo tranchant: “La fine dell’era spaziale”. L’amministrazione Obama era stata costretta a mandare in soffitta la propria flotta di Space Shuttle, troppo costosi e pericolosi, senza nessun’altra opzione immediatamente disponibile; una clamorosa rinuncia alla possibilità di accesso diretto allo spazio per i propri astronauti. D’altro canto la Russia, che si prendeva la sua rivincita con gli americani offrendo le proprie vetuste Soyuz per dare un passaggio (a caro pezzo) agli astronauti USA diretti alla Stazione Spaziale Internazionale, proprio in quei mesi si trovò a subire una serie di incidenti che portarono alla temporanea sospensione dei voli spaziali e, poco dopo, alla clamorosa perdita della sonda Phobos Grunt che avrebbe riaperto la stagione dell’esplorazione russa verso Marte. Sembrava davvero la fine dell’era spaziale. La realtà era tuttavia ben diversa. Le due grandi potenze spaziali, dopo aver mangiato la polvere rispetto all’ascesa di un colosso come la Cina, che in pochi anni è passata dal suo primo astronauta in orbita al primo modulo abitabile in vista di una futura stazione spaziale, si preparano a una corsa allo spazio con regole nuove.

Privatizzazione: la parola d'ordine dell'Obamaspace

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Le priorità sono cambiate enormemente dai tempi della conquista della Luna, ma anche dai tempi del piano spaziale di Bush jr. che, banalmente, proponeva un ritorno sul nostro satellite naturale come prima tappa verso Marte. L’Obamaspace, come alcuni chiamano la politica spaziale dell’attuale presidente, non ha brillato per decisionismo, ma da un po’ di tempo a questa parte sembra avere le idee chiare. Una di queste idee si chiama “asteroidi”. Già un paio di anni fa Obama aveva indicato non più la Luna, ma un NEO, un near-earth asteroid, un asteroide del nostro vicinato, come obiettivo intermedio per Marte. Astronauti americani vi sarebbero sbarcati nel 2025. Qualcuno ha storto il naso. Un asteroide non ha molto fascino, è poco più di una roccia fluttuante nello spazio, senza atmosfera, con un’attrazione gravitazionale minima, diversamente dalla Luna. Ma la NASA aveva intuito dove volesse andare a parare la strategia spaziale della Casa Bianca.

Difatti, l’Obamaspace segue una sola stella polare, la sempre maggiore privatizzazione dell’accesso allo spazio. Vale a dire, una graduale cessione dell’iniziativa spaziale americana – finora esclusivamente pubblica e gestita dalla NASA e, parallelamente, dal Ministero della Difesa – favorendo l’emergere di un’imprenditoria spaziale privata. I fondi di sostegno a questo obiettivo hanno dato i propri frutti: oggi i rifornimenti alla Stazione Spaziale sono assicurati dal Dragon, il cargo automatico messo a punto da SpaceX, compagnia privata dotata di un proprio lanciatore per la messa in orbita. Un mercato destinato a farsi sempre più affollato se si considerano le prospettive economiche enormi dello sfruttamento minerario degli asteroidi. Lungi dall’essere semplici rocce vaganti, gli asteroidi sono ricchi di minerali e metalli preziosi. Ambiziosissime compagnie private hanno già investito centinaia di milioni di dollari nell’affare, e il governo USA intende dar loro una mano.

Asteroidi e fusione nucleare

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Qualche giorno fa il presidente Obama ha fatto inserire nel bilancio di programmazione 2014 della NASA un centinaio di milioni di dollari per un progetto destinato a catturare un asteroide grazie a un razzo Atlas V e parcheggiarlo in orbita lunare, dove nel 2021 sarà raggiunto da un gruppo di astronauti a bordo della nuova navicella Orion, ormai pronta per il primo volo di prova senza equipaggio l’anno prossimo. Gli Orion saranno i successori dello Shuttle: più simili alle capsule degli Apollo, potranno raggiungere la Luna e spingersi oltre. Obama intende quindi anticipare il primo traguardo del 2025: se Maometto non va alla montagna, è la montagna (ovvero l’asteroide) che va da Maometto. Gli USA potranno così dimostrare la fattibilità economica dello sfruttamento minerario degli asteroidi, aprendo la strada a un nuovo fiorente mercato. Sarà inoltre un ottimo test-bed in vista di scenari potenzialmente catastrofici, come quelli rappresentati da asteroidi in rotta di collisione con la Terra.

Nel frattempo, la NASA scalderà i motori per Marte, obiettivo che sarà raggiunto nella prima metà del decennio 2030. Per allora, l’idea è di sostituire l’ordinaria propulsione chimica con una propulsione nucleare, possibilmente a fusione nucleare: sufficiente a raggiungere Marte in un mese rispetto ai 6 mesi finora preventivati. Un prototipo di camera di combustione è in fase di realizzazione al Plasma Dynamics Lab della NASA a Redmond. Non si tratta di fusione nucleare utilizzabile per la nostra rete elettrica, come invece si propone di fare il reattore sperimentale ITER. Né della mitica fusione fredda. L’idea è di realizzazione una serie di micro-reazioni attraverso la compressione di un plasma confinato da un campo magnetico e da anelli di litio. L’espulsione del litio attraverso un ugello fornirebbe la spinta necessaria. In totale servirebbero 150 tonnellate di combustibile stoccato in pellet. Se il prototipo dovesse funzionare, si procederà alla sua applicazione a navicelle sperimentali, il cui primo test di volo è al momento fissato per il 2020.

Le ambizioni lunari della Russia

Vladimir Putin

La Russia, nel frattempo, non intende restare a guardare. Putin ha annunciato la settimana scorsa un investimento totale di 50 miliardi di dollari da qui al 2020 per due obiettivi primari: il completamento del nuovo cosmodromo di Vostochny e lo sviluppo di un nuovo lanciatore pesante per voli umani diretti alla Luna. La nuova “città delle stelle”, attualmente in costruzione nell’estremo oriente del paese, sostituirà la storica Baikonur, leggendaria base spaziale dell’epoca sovietica, da dove ancora oggi partono le Soyuz dirette alla Stazione Spaziale. Il cosmodromo di Baikonur, dopo il collasso dell’Unione sovietica, si è ritrovato in terra kazaka. E negli ultimi anni i crescenti attriti tra Russia e Kazakistan stanno mettendo a rischio l’utilizzo della base. Dopo molti ritardi, Putin ha reso noto che i lavori al cosmodromo di Vostochny procedono ora a pieno regime, e la base sarà completata in due anni. Entro il 2018 tutti i voli umani partiranno da lì, consentendo la dismissione definitiva di Baikonur per il 2020.

Tra gli esperti americani non manca un certo scetticismo sulla timeline, a causa dei noti problemi che affliggono il programma spaziale russo, soprattutto in termini di corruzione e incompetenza dei vertici. Ma, come nota John Logsdon, professore emerito di politica spaziale alla Georgetown University, il grande investimento di Putin mostra che la Russia è ancora una potenza avanzata. E Mosca lo vuole dimostrare puntando decisamente verso la Luna: l’agenzia spaziale Roscosmos ha in cantiere un totale di 5 missioni robotiche tra il 2015 e il 2022, l’ultima delle quali raccoglierà campioni di terreno che rientreranno sulla Terra. Nel frattempo, i russi sostituiranno gli americani nella collaborazione con l’ESA per la missione ExoMars, decisiva per la ricerca di vita passata o presente sul pianeta rosso, programmata tra il 2016 e il 2018. E nel decennio marziano, quello del 2030, i russi intendono realizzare una base di ricerca permanente sulla Luna. Con un occhio di riguardo alle possibilità di sfruttamento economico delle sue risorse.