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50 anni fa il primo americano nello spazio, ma oggi la NASA è in crisi

In tono minore le celebrazioni per i cinquant’anni del primo volo di John Glenn. La NASA ora taglia i fondi per ExoMars, la missione robotica congiunta con l’ESA per Marte, e s’interroga sul futuro dei voli spaziali umani.
A cura di Roberto Paura
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In molti speravano che, all’indomani della sua elezione, tra i tanti punti all’ordine del giorno della sua difficile presidenza, Barack Obama seguisse le orme di uno dei suoi più illustri predecessori, J.F. Kennedy. Nel 1961, davanti al Congresso, senza mostrare titubanze, Kennedy dichiarò che entro la fine di quel decennio l’America avrebbe mandato un uomo sulla Luna: “Lo faremo non perché è facile, ma perché è difficile”. Quelle storiche parole si realizzarono nel 1969, anche se Kennedy era già stato ucciso. Nel campo spaziale Obama non sarà il nuovo Kennedy: la crisi economica ha affossato tutti i piani per accelerare i progressi nel settore astronautico. Il cinquantenario del primo americano nello spazio, l’astronauta John Glenn, che un anno e mezzo dopo Gagarin pareggiava i conti con i sovietici, non poteva giungere in un momento peggiore per l’agenzia spaziale statunitense, la NASA. Con gli Space Shuttle ormai definitivamente pensionati e il futuro incerto riguardo le prossime navicelle che dovranno essere costruite, la nuova decisione di ritirarsi dalla missione ExoMars progettata con l’Europa sembra quasi un “de profundis” per l’avventura a stelle e strisce nello spazio.

Dubbi sui futuri programmi della NASA

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Per la verità, motivi di orgoglio ce ne sono ancora. Ad agosto, facendo i dovuti scongiuri, dovrebbe atterrare sul Pianeta Rosso il nuovo rover Curiosity, gioiello della tecnologia aerospaziale, per recuperare l’eredità dei coraggiosi robottini Spirit e Opportunity, ancora vaganti tra le sabbie di Marte a quasi otto anni dal loro atterraggio. Grande quasi come un’automobile, Curiosity dovrebbe garantire un vero e proprio balzo da gigante nell’esplorazione di Marte. Potrà coprire ogni giorno distanze di circa 200 metri, a partire dal sito di atterraggio, una piana alluvionale dove si spera che il trapano di perforazione del rover riveli, sotto la superficie, tracce di acqua. Tra le tante analisi che Curiosity effettuerà, ci sarà anche una valutazione dell’impatto delle radiazioni cosmiche sulla superficie marziana, per capire se futuri esploratori umani potranno muoversi su Marte senza troppe preoccupazioni (ovviamente, sempre rivestiti della tuta spaziale).

Ma, Curiosity a parte, c’è ben poco all’orizzonte. Certo, ci sono le tantissime missioni scientifiche portate avanti dai satelliti della NASA per studiare il vento solare, l’universo primordiale, l’origine dei raggi gamma, la forza gravitazionale, i pianeti extrasolari e così via. Ma in termini di pura esplorazione, poche sono le sonde attualmente attive. La più ambiziosa è New Horizons, lanciata vero Plutone e i confini estremi del Sistema Solare, che raggiungerà nel 2015. Sarà la prima sonda a osservare in modo ravvicinato l’ex nono pianeta del nostro sistema stellare, derubricato dalla categoria nel 2006. Inseguito, New Horizons entrerà nella fascia di Kuiper, il più vicino serbatoio di comete (l’altro, più distante, è la nube di Oort), dove potrebbe incontrare altri pianeti nani. C’è poi Dawn, l’avanzata missione di studio della fascia degli asteroidi, che ha già incontrato il primo obiettivo, Vesta, e che nel 2015 si concluderà con l’analisi del secondo obiettivo, Cerere: si tratta dei corpi più grandi della fascia degli asteroidi, quasi dei pianeti nani. Infine, Juno: il suo obiettivo è Giove, che studierà in grande dettaglio quando ci arriverà, nel 2016.

Orion Spaceship

Dopo, il nulla. La NASA al momento non ha nuovi progetti di rilievo, e s’interroga anche su quale sarà il destino della Stazione Spaziale Internazionale, l’avamposto umano più lontano (ma ad appena 400 chilometri circa dalla superficie terrestre). Inizialmente, la ISS sarebbe dovuta durare al massimo fino al 2015. I paesi che l’hanno realizzata hanno deciso di estenderne la durata operativa fino ad almeno il 2020. Eppure, gli esperimenti realizzati in orbita non hanno finora riservato grosse sorprese, e gli enormi costi sostenuti possono essere giustificati solo considerando gli importanti studi che si sono potuti effettuare sugli effetti della lunga permanenza nello spazio degli astronauti (alcuni sono rimasti sulla ISS anche oltre i sei mesi massimi consentiti). Per questo le agenzie spaziali partner della ISS – in primis la NASA – stanno cercando di trovare nuovi esperimenti da realizzare in orbita, per giustificare gli alti costi di mantenimento della Stazione.

Riportare gli uomini nello spazio

La NASA oggi è tagliata fuori dall’accesso diretto dallo spazio per i suoi astronauti. La dismissione degli ultimi Shuttle l’anno scorso costringe oggi gli americani a imbarcarsi per la ISS da Baikonour, la base di lancio dell’ex nemico sovietico, che offre un passaggio per lo spazio a costi molto contenuti grazie alle “economiche” navette Soyuz. Ma se davvero si vorrà raggiungere la Luna, come voleva Bush jr, o gli asteroidi, come cautamente suggerisce Obama, o Marte, come invece vorrebbero in molti, alla NASA e non solo, bisognerà pensare a qualcosa di molto più potente, superiore anche gli Shuttle. Il primo passo consiste nel costruire un nuovo lanciatore pesante, capace cioè di “sparare” nello spazio un’astronave con equipaggio umano, un oggetto molto più pesante delle sonde o delle capsule lanciate dal Soyuz. Gli USA già l’hanno fatto con il Saturn, il lanciatore che portò in orbita le navicelle Apollo dirette verso la Luna. Ora si tenterà di fare lo stesso con un lanciatore di portata superiore, per ora semplicemente battezzato SLS – Space Launch System. Sarà pronto, se tutto va bene, non prima del 2017.

A questo punto, sul lanciatore si dovrà mettere qualcosa da lanciare. Se quel qualcosa dovrà portare uomini sulla ISS, sulla Luna, sugli asteroidi o su Marte, allora sarà la navicella Orion. Progettata nell’ambito del programma Constellation voluto da Bush, cancellata da Obama ma poi recuperata dopo un lungo braccio di ferro con il Congresso, che l’ha praticamente imposta all’inquilino della Casa Bianca, Orion avrà diverse configurazioni a seconda della missione. Per esempio, nel caso in cui debba raggiungere la Luna, è previsto che la navicella si interfacci con un modulo preventivamente lanciato in orbita, giunga poi intorno alla Luna e faccia scendere gli astronauti all’interno del modulo, pensato poi per risalire e ricongiungersi con la navicella, per far ritorno sulla Terra. Niente di nuovo, insomma, rispetto all’Apollo. Certo per Marte si dovrà progettare qualcosa di molto più avanzato. Per questo, il National Research Council degli Stati Uniti ha stilato una lista di 16 tecnologie-chiave che la NASA dovrebbe sviluppare nei prossimi anni per permettere di aprire davvero una nuova stagione di esplorazione umana dello spazio. Tra queste, ci sono nuovi tipi di propulsione spaziale, che sfruttino soprattutto l’energia nucleare. Un’astronave con propulsione nucleare impiegherebbe molto poco a raggiungere Marte rispetto a una navicella come Orion dotata di propulsori del tipo impiegato oggi. In questo modo si ovvierebbe al problema dell’eccessiva esposizione degli astronauti nello spazio, che può creare seri problemi di salute a causa dei raggi cosmici.

ExoMars addio?

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La decisione degli americani di ritirarsi dal programma ExoMars non fa che confermare il disimpegno della NASA dalle missioni spaziali più complesse. Era notizia attesa da tempo negli ambienti spaziali, ma resta comunque una doccia fredda per l’ESA, dato che gli europei sarebbero dovuti essere i partner della NASA per questa missione. Nei laboratori di Thales Alenia Space a Torino, per conto dell’ESA, è già pronto un prototipo del rover che dovrebbe scendere su Marte. La missione ExoMars prevedeva in origine due rover, uno americano e uno europeo, successivamente ridotti a uno solo, di produzione ESA, mentre gli Stati Uniti avrebbero fornito il lanciatore e la sonda di supporto in orbita intorno a Marte, che avrebbe preceduto di due anni l’arrivo del rover. Ora la NASA ha cancellato anche questa parte della missione, ritirandosi completamente da ExoMars. L’ESA vorrebbe continuare da sola, e ha già contattato la Russia, appena uscita con le ossa rotte dal fallimento della missione Phobos-Grunt diretta verso una delle lune di Marte. I russi offrirebbero il lancio e altre tecnologie, ma all’Europa il ritiro degli americani costerebbe quasi un miliardo di euro in più.

In gioco c’è la possibilità di chiarire definitivamente la presenza di vita, passata o attualmente presente, su Marte. ExoMars vuol dire infatti “Exobiology on Mars”, esobiologia marziana, e sarebbe la prima missione completamente pensata per cercare in superficie e sotto la superficie l’esistenza di forme biologiche elementari che dimostrino che su Marte c’era, c’è o potrebbe esserci in futuro vita. Tutto pensato anche in vista dello sbarco umano. Un’ipotesi che si allontana sempre di più: prevista anni fa per il 2020, spostata oggi al 2030 e probabilmente rinviata ancora al 2040. Qualcuno potrebbe dire che nessuno ne sentirà la mancanza. Ma cercare di creare basi umane fuori dalla Terra è una priorità non più differibile. Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, che se al nostro pianeta succedesse qualcosa, l’umanità perirebbe con esso. Mettere un piede stabile sulla Luna e poi su Marte – che teoricamente potrebbe essere reso abitabile – vuol dire stipulare un’assicurazione sulla vita per la razza umana.

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