Soltanto il 3 percento delle terre emerse presenta ancora ecosistemi incontaminati, puri, ovvero caratterizzati dalla biodiversità originale e da habitat integri, non alterati dall'intervento dell'uomo. È una stima drammatica, che mette in luce per l'ennesima volta quanto la nostra specie – il vero virus della Terra – sia stata in grado di distruggere, depredare e contaminare gli ambienti naturali, violandone i delicati equilibri. I risultati del nuovo studio sono stati pubblicati a ridosso della Giornata Mondiale della Terra (Earth Day 2021), che si celebrerà il prossimo giovedì 22 aprile. L'evento, nato nel 1970 e riconosciuto dall'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), punta a celebrare il meraviglioso patrimonio naturale del nostro pianeta e la sua conservazione, sensibilizzando l'opinione pubblica con un programma ricco di appuntamenti.

Il nuovo studio che evidenzia il catastrofico stato di salute degli ecosistemi mondiali è stato un copioso team di ricerca internazionale guidato da scienziati del Dipartimento di Zoologia dell'Università di Cambridge e dell'organizzazione BirdLife International, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della The Wilderness Society di Bozeman (Stati Uniti), dell'Università Nazionale Autonoma del Messico, dell'Università di Goteborg (Svezia), dell'International Livestock Research Institute di Nairobi (Kenya), del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia (Germania) e di numerosi altri centri di ricerca specializzati in scienze biologiche, ecologiche e ambientali di tutto il mondo. Gli scienziati, coordinati dal professor Andrew J. Plumptre, membro del Key Biodiversity Areas Secretariat di Cambridge, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver combinato innumerevoli dati relativi all'impatto antropico sul pianeta, come l'estirpazione delle specie autoctone e l'introduzione di quelle aliene, che hanno determinato uno stravolgimento degli ecosistemi locali.

Il risultato è una mappa che mostra la sopravvivenza di una piccolissima percentuale di aree incontaminate, localizzate principalmente nelle foreste tropicali dell'Amazzonia e del Congo, nel Sahara e nelle foreste e nella tundra localizzate nella Siberia orientale e nel Canada settentrionale. Gli esperti definiscono queste regioni superstiti come “Aree di biodiversità chiave” o KBA, ovvero siti che contribuiscono in modo significativo alla persistenza globale della biodiversità grazie alla loro eccezionale integrità ecologica, come si legge nell'abstract dello studio. Solo l'11 percento di queste regioni incontaminate è già incluso in aree protette; il restante 89 percento è dunque a rischio deterioramento come avvenuto quasi ovunque, sulla superficie della Terra. Il professor Plumptre e colleghi, per realizzare la mappa si sono concentrati soprattutto sulla diffusione di specie invasive (come gatti, volpi, conigli e cammelli, che hanno avuto un impatto catastrofico in Australia, ma anche cervi e alci che hanno un impatto in altri contesti) e sull'eradicazione di quelle originali, come gli elefanti e i lupi, che hanno eroso alla base i delicatissimi equilibri degli ecosistemi.

In viola le aree incontaminate. Credit: Frontiers in Forests and Global Change
in foto: In viola le aree incontaminate. Credit: Frontiers in Forests and Global Change

Secondo gli scienziati, la reintroduzione delle specie animali strappate dai propri ambienti naturali potrebbe ristabilire gli equilibri di un tempo, facendo aumentare fino al 20 percento l'estensione delle aree “incontaminate” del pianeta. “Gran parte di ciò che consideriamo un habitat intatto manca di specie che sono state cacciate ed eradicate dalle persone, o perse a causa di specie o malattie invasive”, ha dichiarato al Guardian il professor Plumptre. “È abbastanza spaventoso, perché mostra quanto siano unici luoghi come il Serengeti, che in realtà hanno ecosistemi funzionanti e completamente intatti”, ha aggiunto l'esperto, specificando che reintroducendo le specie si può puntare a ripristinare almeno una parte degli ecosistemi disastrati dall'impatto antropico. Gli scienziati si sono concentrati soprattutto sul ruolo dei mammiferi, migliaia di specie incluse nella Lista Rossa dell'Unione Internazionale per la Conservazione per la Natura (IUCN), ma hanno coinvolto nell'analisi anche specie sensibili di altri gruppi, come uccelli, pesci e anfibi.

Gli autori dello studio affermano comunque che il dato del 3 percento è sicuramente approssimativo, dunque dovranno essere condotte indagini più approfondite. A puntare il dito contro i risultati della ricerca vi è il professor Pierre Ibisch dell'Università di Eberswalde, secondo il quale l'analisi non ha tenuto conto di una componente fondamentale: il riscaldamento globale. A causa di questo fenomeno catalizzato dalle emissioni di anidride carbonica (legate all'uso di combustibili fossili) e da altre attività umane, siamo siamo del resto entrati nel cuore della sesta estinzione di massa; secondo l'esperto di ecologia tedesco non è l'integrità delle popolazioni di mammiferi a darci un quadro della reale salute di un ecosistema, nel contesto dei cambiamenti climatici che stravolgono tutto. “L'accelerazione del cambiamento climatico sta diventando la principale minaccia alla funzionalità di interi ecosistemi”, ha chiosato Ibisch. Il professor James Watson dell'Università del Queensland ha inoltre aggiunto che la ricerca sottovaluta gli sforzi condotti da molti scienziati per “mappare e salvare luoghi ecologicamente intatti in tutto il mondo”. I dettagli della ricerca “Where Might We Find Ecologically Intact Communities?” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Frontiers in Forests and Global Change.