Le strisce bianche e nere delle zebre non servono per far abbassare la loro temperatura quando si trovano sotto al sole cocente della savana. Lo ha dimostrato un team di ricerca del Dipartimento di Fisica Biologica presso l'Università di Lund, Svezia, che ha condotto una serie di curiosi esperimenti con barili ricoperti da varie tipologie di manti pigmentati.

Prima di entrare nel dettaglio degli esperimenti, è doveroso sottolineare su quali basi è stata sviluppata la ricerca svedese. Com'è noto, il manto striato delle zebre rappresenta uno degli enigmi zoologici più duraturi, dato che una spiegazione esaustiva sul loro ruolo ancora non esiste. Tra le più accreditate vi è l'azione di disturbo ai danni dei predatori, che non riuscirebbero a focalizzarsi su una singola zebra a causa del concitato movimento delle strisce, quando un branco si dà alla fuga. Tra le altre ci sono le interazioni sociali – servirebbero in pratica a far riconoscere gli individui fra loro -, la mimetizzazione agli occhi dei fastidiosissimi tafani e mosche cavalline e la capacità di raffreddarsi al sole.

L'alternarsi tra l'aria più calda sopra alle strisce nere (che assorbono le radiazioni solari) e quella più fredda su quelle bianche (che riflettono le radiazioni solari), darebbe vita a piccoli vortici in grado di raffreddare la pelle degli equini; si tratterebbe dunque di un vero toccasana sotto al sole cocente africano. Ma la dottoressa Susanne Akesson e i colleghi dell'ateneo svedese hanno dimostrato che le strisce non servono a questo scopo. Dopo aver ricoperto dei barili con finta pelle di zebra in varie tonalità e averli esposti al sole, misurando le temperature al di sopra di essi non è stato riscontrato alcun beneficio termico dalla striatura bianca e nera. Hanno invece rispettato le attese i barili completamenti coperti di bianco (più freddi) e quelli ricoperti di nero, risultati più caldi. "Le strisce non hanno abbassato la temperatura: si scopre che le strisce in realtà non fanno raffreddare le zebre", ha dichiarato la dottoressa Akesson.

Credit: Gábor Horváth
in foto: Credit: Gábor Horváth

Curiosamente, gli autori della ricerca sono gli stessi che nel 2012, assieme ai colleghi dell'Università di Budapest, avevano avanzato l'ipotesi delle strisce ‘anti-parassiti', cioè utili a tener lontani i tafani e le mosche cavalline grazie alla luce polarizzata. Per quella ricerca conquistarono uno dei famigerati premi Ig Nobel. I dettagli della nuova indagine sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature.

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