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Coronavirus
24 Aprile 2020
17:22

Scoperte le cellule più vulnerabili al coronavirus: sono nel naso, nei polmoni e nell’intestino

Un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell’Università di Harvard e del Massachusetts Institute of Techonology (MIT) ha scoperto che le cellule più vulnerabili all’aggressione del coronavirus sono nel naso, nei polmoni e nell’intestino tenue. Il patogeno sfrutta anche l’interferone durante il processo di aggressione al nostro organismo.
A cura di Andrea Centini
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Il nuovo coronavirus visto al microscopio elettronico in falsi colori. Credit: NIAID–RML
Il nuovo coronavirus visto al microscopio elettronico in falsi colori. Credit: NIAID–RML
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Le cellule umane più suscettibili all'aggressione del coronavirus SARS-CoV-2 si trovano nel naso, nei polmoni e nell'intestino. Questa distribuzione potrebbe spiegare il motivo per cui una percentuale significativa di pazienti affetti da COVID-19 – l'infezione scatenata dal patogeno – oltre ad avere complicazioni respiratorie presenta anche la perdita dell'olfatto (anosmia) e sintomi intestinali come la diarrea.

A determinare quali sono le principali “vittime” del nuovo virus emerso in Cina (tra il 20 e il 25 novembre dello scorso anno, secondo uno studio italiano condotto da ricercatori del Campus BioMedico di Roma), è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati americani del Program in Health Sciences & Technology della Scuola Medica dell'Università di Harvard e del Massachusetts Institute of Technology (meglio conosciuto con l'acronimo di MIT). Hanno collaborato alla scoperta scienziati dell'African Health Research Institute di Durban (Sudafrica), del German Center for Lung Research di Monaco (Germania), dell'Università della Costa Azzurra (Francia) e di numerosi altri istituti sparsi per il mondo.

Ma come hanno fatto i ricercatori a capire quali sono le cellule più colpite dal coronavirus? Com'è noto, il patogeno responsabile della COVID-19 sfrutta la Proteina S (Spike) che circonda il suo “guscio” esterno (peplos o pericapside) per legarsi a un recettore presente sulle cellule umane, l'ACE2; una volta legato, il virus usa la sua proteina come un grimaldello per scardinare la parete cellulare e riversarsi all'interno, dando vita al processo di replicazione che scatena l'infezione. Questa operazione viene agevolata dalla presenza di un catalizzatore (enzima) chiamato TMPRSS2. Gli scienziati, guidati dal professor Ordovas-Montanes, medico del Boston Children’s Hospital, si sono avvalsi della genetica per andare a cercare le cellule umane che hanno una espressione maggiore e simultanea di ACE2 e TMPRSS2, le due “chiavi” che aprono le porte al coronavirus e dunque quelle più suscettibili all'infezione.

Attraverso una tecnica chiamata sequenziamento dell'RNA a singola cellula, che scandaglia l'attività di circa 20mila geni, hanno scoperto che solo una percentuale ridotta di cellule respiratorie e intestinali (meno del 10 percento) produce sia ACE2 che TMPRSS2. Sono le cellule caliciformi presenti nel naso deputate alla secrezione del muco; le cellule polmonari note come pneumociti di tipo II e gli enterociti che rivestono l'intestino tenue, legati all'assorbimento dei nutrienti. Grazie alla loro indagine Ordovas-Montanes e colleghi hanno inoltre scoperto che il legame tra virus e recettore ACE2 viene agevolato dall'interferone, curiosamente tra le principali armi del nostro organismo per difenderci proprio dalle infezioni virali, che il patogeno riesce a sfruttare a suo favore. “Queste informazioni – spiega l'autore principale dello studio – potrebbero essere significative per lo sviluppo di trattamenti farmacologici o nell'adattamento di cure esistenti per combattere la pandemia”. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Cell.

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