Alcune settimane  addietro scienziati cinesi dell'Istituto di Ricerca Veterinaria di Harbin e dell'Istituto nazionale per il controllo e la prevenzione delle malattie virali  hanno dimostrato che il coronavirus SARS-CoV-2 si replica bene nei furetti e nei gatti, mentre si replica male nei maiali, nei cani, nelle anatre e nelle galline. Altri scienziati avevano scoperto che il patogeno emerso in Cina non “attecchisce” nei topi, ed è per questa ragione che ad oggi si sono visti pochissimi studi sulla COVID-19 (l'infezione scatenata dal virus) basati sui roditori. Questa situazione potrebbe tuttavia cambiare molto presto, poiché alcuni scienziati hanno trovato un metodo per far infettare anche i topi, in modo del tutto analogo all'uomo, gettando le basi per una potenziale nuova piattaforma di studio.

A ottenere questo risultato scientifico è stato un team di ricerca cinese guidato da scienziati dell'Istituto di Microbiologia ed Epidemiologia di Pechino presso l'Accademia delle Scienze Mediche Militari (AMMS), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del National Institutes for Food and Drug Control (NIFDC) e del Chongqing Weisiteng Biotech Transnational Research Institute. I ricercatori, coordinati dal professor You-Chun Wang, sono riusciti a infettare i roditori dopo averli ingegnerizzati con la tecnica di editing genetico CRISPR-CaS 9, il cosiddetto “taglia e incolla” del DNA, balzato agli onori della cronaca anche per alcuni controversi esperimenti sull'uomo.

In parole semplici, sono riusciti a far esprimere nei topi il recettore ACE2 delle cellule umane (in questo caso specifico chiamato hACE2), quello cui si lega la Proteina S o Spike del coronavirus, che circonda il peplos o pericapside del patogeno. Quando il coronavirus entra in contatto con una cellula umana sfrutta questa proteina come una sorta di grimaldello, per aprirsi un varco nella parete cellulare e riversarsi all'interno, dando così inizio al processo di replicazione e dunque all'infezione. Poiché gli ACE2 non sono espressi nei topi, questo processo non può avvenire e i roditori non si ammalano quando esposti al SARS-CoV-2. Ma attraverso l'ingegneria genetica gli scienziati sono riusciti a rendere questi animali suscettibili alla malattia.

In realtà anche altri ricercatori avevano creato dei topi con hACE2 attraverso l'ingegneria genetica, tuttavia il risultato non era stato dei migliori dal punto di vista squisitamente sperimentale. Quello sviluppato da You-Chun Wang e colleghi permette infatti la replicazione dell'RNA virale nei polmoni, nella trachea e nel cervello dei roditori. Con una dose molto massiccia del virus, gli scienziati sono riusciti a ottenere anche effetti gastrointestinali, replicando una delle condizioni che si verifica comunemente nei pazienti con COVID-19. “È estremamente necessario un piccolo modello animale che riproduca il decorso clinico e la patologia osservati nei pazienti con COVID-19. Il modello animale qui descritto fornisce uno strumento utile per studiare l'infezione e la trasmissione del SARS-CoV-2”, ha sottolineato in un comunicato stampa il professor Wang. Gli scienziati sono stati sorpresi del coinvolgimento del tessuto cerebrale, dato che solo pochi pazienti affetti da coronavirus avrebbero sviluppato sintomi neurologici.

Quando sono coinvolti modelli murini negli studi delle malattie, è sempre doveroso sottolineare che i topi non sono uomini, così come non lo sono le scimmie e altre specie. Molto spesso i risultati ottenuti con la sperimentazione animale non sono replicabili sull'uomo. È alla luce di questi limiti – e anche delle implicazioni etiche – che molti scienziati stanno puntando su un'altra tipologia di ricerca, basata ad esempio su piattaforme di organoidi in grado di replicare la risposta dei veri tessuti umani. I dettagli della ricerca cinese sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Cell Host & Microbe.