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Covid 19
29 Aprile 2020
17:15

Scienziati italiani identificano 35 molecole anti coronavirus: al via test per nuovi farmaci

Un team di ricerca italiano guidato da scienziati della società di biotecnologie Sibylla Biotech SRL ha identificato due nuovi bersagli molecolari per combattere il coronavirus SARS-CoV-2. Grazie alle 30mila unità di calcolo messe a disposizione dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), i ricercatori hanno poi scoperto 35 molecole per colpire i bersagli. I risultati preliminari, da confermare, potrebbero portare allo sviluppo di nuovi farmaci specifici.
A cura di Andrea Centini
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Studio preliminare dell’intermedio di folding di ACE2, per la ricerca anti–covid19. Credit: Sibylla Biotech
Studio preliminare dell’intermedio di folding di ACE2, per la ricerca anti–covid19. Credit: Sibylla Biotech
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Identificate 35 promettenti molecole che potrebbero diventare farmaci efficaci nel contrasto alla COVID-19, l'infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2. Le molecole sono state selezionate da un campione di ben 9mila tra farmaci già disponibili in commercio o attualmente in fase di sperimentazione, grazie al certosino lavoro di analisi e scrematura condotto da 30mila unità di calcolo. La scoperta delle 35 molecole è legata all'individuazione di due nuovi bersagli molecolari, tasche di legame precedentemente sconosciute che il coronavirus sfrutta per “agganciarsi” alle cellule umane e dar via all'infezione potenzialmente letale.

Il virtuoso risultato è stato ottenuto da un gruppo di ricerca italiano guidato da scienziati della Sibylla Biotech SRL di Verona, una società di biotecnologie spin-off dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e delle Università di Trento e Perugia. Tra gli istituti coinvolti il Dipartimento di Biologia Cellulare, Computazionale e Integrata (CIBIO) e il Dulbecco Telethon dell'ateneo trentino e il Dipartimento di Scienze Farmaceutiche di quello umbro.

In prima istanza, gli scienziati coordinati dalla CEO di Sibylla Biotech Lidia Pieri hanno individuato le due tasche di legame, che si trovano sul recettore chiamato enzima di conversione dell'angiotensina 2 (ACE2). In parole semplici, il coronavirus sfrutta le proteine superficiali (Proteina S, Spike o spicole) che emergono dal pericapside per legarsi all'ACE2 presente sulle cellule umane; così facendo riesce a scardinare la parete cellulare e a riversarsi all'interno, avviando il processo di replicazione che scatena l'infezione. Le cellule che più esprimono ACE2 si trovano nel naso, nei polmoni e nell'epitelio dell'intestino tenue, come dimostrato da una recente ricerca dell'Università di Harvard e del Massachusetts Institute of Technology (MIT), ma sono presenti anche nel cuore. Questa diffusione può spiegare la grande varietà di sintomi e complicanze che la COVID-19 può innescare nei pazienti.

Una volta identificati i due bersagli molecolari, gli scienziati hanno “dato in pasto” a 30mila unità di calcolo i dati di 9mila farmaci, avviando simulazioni al fine di individuare le molecole in grado di colpire il legame tra recettore ACE2 e proteina del coronavirus. Più nello specifico, gli scienziati hanno puntato al cosiddetto “folding” o ripiegamento delle proteine, il processo con cui le proteine ottengono la propria struttura all’interno delle cellule. Se si colpisce il recettore impedendo che generi le “porte di ingresso” al coronavirus, si può di fatto evitare che si determini l'infezione. Come indicato, sono state identificate ben 35 molecole in grado di “colpire” questo meccanismo, fra le quali figura anche la meflochina, un derivato della chinolina che fa parte degli agenti antimalarici alla stregua della clorochina e dell'idrossiclorochina, farmaci già noti per avere questo effetto sull'ACE2. A causa della possibile tossicità a livello cardiaco, tuttavia, alcuni studi clinici sui pazienti con COVID-19 sono stati interrotti e gli scienziati ne stanno ancora analizzando la capacità.

Le 35 promettenti molecole individuate dai ricercatori della Sibylla Biotech SRL dovranno naturalmente essere testate negli studi preclinici e in quelli clinici, per dimostrarne l'effettiva sicurezza ed efficacia nel contrasto al patogeno. “I risultati oggi non sono ancora definitivi, ma avremo presto una risposta dal laboratorio con cui confrontarci. Le informazioni che otteniamo sono liberamente al servizio della comunità. Chiunque può utilizzarle per cercare una cura. Noi intanto continuiamo a portare avanti la ricerca fin dove possiamo spingerci con i nostri mezzi”, ha dichiarato la dottoressa Pieri, che ha ringraziato l'INFN per aver messo a disposizione i propri potenti computer, necessari per i complessi calcoli della ricerca. I dettagli dello studio preliminare, non ancora sottoposto a revisione paritaria, sono stati caricati nel database online ArXiv, in attesa della pubblicazione su una rivista scientifica.

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