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Rischiamo un’impennata di reinfezioni a causa delle varianti mutate di coronavirus

La rapida e diffusa circolazione di varianti mutate del coronavirus SARS-CoV-2 potrebbe favorire il rischio di reinfezione a causa di mutazioni in grado di eludere gli anticorpi neutralizzanti. Il rischio maggiore è lo sviluppo di resistenze ai vaccini anti COVID, che per questo potrebbero dover essere aggiornati. Al momento, tuttavia, non vi è alcuna prova che i nuovi lignaggi abbiano questa capacità.

Nel mese di settembre nell'Inghilterra sudorientale è stata identificata una nuova variante del coronavirus SARS-CoV-2, che nel giro di poche settimane è diventata quella dominante in vaste aree del Regno Unito. Come dimostrato da uno studio dell'Imperial College di Londra, ciò sarebbe dovuto a una serie di mutazioni che hanno reso il lignaggio – chiamato B.1.1.7 o Variant of Concern 202012/01VOC-202012/01 – sensibilmente più trasmissibile, tra il 30 e il 50 percento in più rispetto al ceppo “selvatico” che circola da tempo. Parallelamente alla diffusione della variante inglese, i ricercatori ne hanno individuate diverse altre che stanno preoccupando comunità scientifica e istituzioni, come ad esempio quella sudafricana, che oltre a mostrare una maggiore contagiosità sembrerebbe avere una ridotta sensibilità agli anticorpi. Più recentemente, anche la variante brasiliana denominata P.1 ha iniziato a destare seria preoccupazione, tanto da spingere blocchi dei voli – come già avvenuto col Regno Unito – e controlli più serrati per i cittadini provenienti dal Paese sudamericano. La ricerca su queste nuove varianti è appena all'inizio, ma se venisse acclarata la capacità di generare più reinfezioni, come si teme si stia verificando con quella brasiliana, allora potrebbe diventare necessario un “aggiornamento” dei vaccini anti COVID, con conseguenze imprevedibili sulla campagna vaccinale partita nelle scorse settimane.

A dimostrare che queste nuove varianti non vanno assolutamente sottovalutate vi è la situazione nella città brasiliana di Manaus, colpita durante dal coronavirus all'inizio del 2020 e nuovamente travolta nelle ultime settimane. In base a un recente studio co-guidato dal professor Nuno Faria, virologo dell'Imperial College di Londra e docente all'Università di Oxford, durante la prima ondata circa il 75 percento della popolazione sarebbe stato contagiato dal patogeno. Una tale diffusione avrebbe potuto garantire l'immunità di gregge nella comunità e una significativa protezione dalle reinfezioni, eppure dal mese di dicembre si sta verificando un vero e proprio boom di nuovi casi, con ospedali strapieni di pazienti, come specificato in un editoriale pubblicato su Science magazine. Com'è possibile? Il professor Faria e i colleghi hanno iniziato a sequenziare i genomi virali estratti dai campioni biologici, scoprendo che una parte di essi era costituito da un nuovo lignaggio che gli scienziati hanno deciso di chiamare P.1. Alla luce di questa situazione drammatica, vi sono due possibilità: o l'immunità naturale garantita dalle infezioni della prima ondata si è esaurita nel giro di pochi mesi, oppure la nuova variante è in grado di aggirare gli anticorpi del lignaggio selvatico, dando vita a reinfezioni. Saranno necessarie ricerche più approfondite sulla questione, ma è un tema delicatissimo che può cambiare la lotta alla pandemia.

Il coronavirus, com'è noto, muta naturalmente replicazione dopo replicazione nell'ospite umano, e col passare del tempo può dar vita a mutazioni in grado di modificarne le caratteristiche, che sono alla base dei nuovi lignaggi. La co-circolazione di queste varianti con tratti analoghi, come specificato su Science dal professor Jesse Bloom, biologo evoluzionista presso il Fred Hutchinson Cancer Research Center, suggerisce che “c'è un vantaggio evolutivo in quelle mutazioni”. Ma che siano proprio le mutazioni a veicolare l'impennata di contagi che si sta verificando in varie parti del mondo, Europa compresa, non è del tutto certo. “È troppo facile dare la colpa alle varianti e dire che è stato il virus a farlo”, ha dichiarato in una conferenza il dottor Mike Ryan dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che punta il dito anche contro i comportamenti scorretti per contrastare la diffusione del virus. Non è certo che la crescita dei contagi sia legata a una capacità delle varianti di eludere lo scudo immunitario, se si tratti della sola maggiore trasmissibilità o di una combinazione dei due fenomeni, ma al momento, fortunatamente, non ci sono prove che esse abbiano sviluppato la resistenza ai vaccini anti COVID già disponibili. Pfizer ha recentemente annunciato che il vaccino tozinameran/BNT162b2 messo a punto con la società di biotecnologie tedesca BioNTech è efficace contro le varianti inglese e sudafricana, e ci si augura che lo sia anche contro la brasiliana.

A causa della rapidissima circolazione del virus, tuttavia, c'è il rischio che le continue mutazioni alla fine possano davvero dar vita a varianti resistenti. “La notizia non così buona è che la rapida evoluzione di queste varianti suggerisce che se è possibile per il virus evolversi in un fenotipo resistente al vaccino, ciò potrebbe accadere prima di quanto desideriamo”, ha dichiarato il dottor Philip Krause, vaccinologo a capo del gruppo di lavoro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che monitora i vaccini anti COVID. Anche per questo è fondamentale vaccinare quante più persone possibile nel tempo più rapido possibile, come specificato dal professor Christian Drosten, virologo presso l'ospedale universitario Charité di Berlino, che sottolinea l'importanza di farlo nonostante si corra il rischio di “selezionare alcune varianti”. Nel caso in cui una o più di queste varianti diventassero realmente resistenti al vaccino, catalizzando le reinfezioni, fortunatamente la maggior parte delle preparazioni in sviluppo può essere aggiornata in modo rapido. Tra esse anche il vaccino candidato anti COVID italiano di ReiThera, come spiegatoci dal dottor Stefano Colloca, cofondatore e responsabile dello sviluppo tecnologico della società di Castel Romano.

Alcuni ricercatori, tra i quali il professor Ravindra Gupta dell'Università di Cambridge, suggeriscono ai produttori di vaccini di iniziare a sviluppare sin da adesso versioni aggiornate dei vaccini, che includano le mutazioni della proteina S rilevate nelle nuove varianti. Il problema di questi "aggiornamenti", nonostante siano rapidi da implementare, risiede nella necessità di condurre nuovi studi per acclararne efficacia e sicurezza, dati fondamentali da presentare alle autorità regolatorie (come l'Agenzia Europea per i Medicinali, l'FDA americana e l'AIFA italiana) per ottenere l'approvazione all'uso. Ciò potrebbe dilatare in maniera significativa la durata della campagna vaccinale, trasformando la battaglia contro il coronavirus in una estenuate rincorsa. La speranza è che tutte le mutazioni emergenti (presenti e future) non determinino resistenza e che la campagna vaccinale in corso riuscirà ad abbattere la pandemia nel più breve tempo possibile, fin quando l'infezione da coronavirus SARS-CoV-2 non diventerà endemica e paragonabile a un semplice raffreddore, come teorizzato da alcuni ricercatori.

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