La lotta alla diffusione del coronavirus SARS-CoV-2 si basa su tre misure-pilastro che ormai tutti noi dovremmo conoscere alla perfezione: indossare le mascherine; mantenere la distanza di almeno un metro dagli altri e curare costantemente l'igiene delle mani, con acqua sapone per 40-60 secondi o un gel idroalcolico per 20-30 secondi. Naturalmente seguirne una e non rispettare le altre aumenta il rischio di contrarre la COVID-19, l'infezione provocata dal patogeno emerso in Cina, tuttavia in molti credono che indossare una mascherina – di comunità o chirurgica – sia sufficiente a proteggerli. Un nuovo studio mostra esattamente il contrario; qualunque tipo si indossi, se ci troviamo a meno di 1,8 metri (6 piedi) da una persona positiva le particelle virali che riescono a filtrare sono comunque potenzialmente in grado di infettarci.

A dimostrare che la mascherine da sole non bastano a proteggerci (sempre) dal coronavirus SARS-CoV-2 è stato un team di ricerca americano del Consortium for Particulate Suspensions dell'Università Statale del New Mexico. Gli scienziati, coordinati dal professor Krishna Kota, docente presso il Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale dell'ateneo di Las Cruces, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver messo a punto un macchinario che simula starnuti e colpi di tosse di una persona, e hanno analizzato la diffusione delle particelle espulse attraverso complessi modelli di fluidodinamica. Durante l'indagine hanno verificato la propagazione sia delle goccioline più grandi (droplet) che di quelle più piccole, l'aerosol.

Per rendere ancor più approfondita l'indagine, Kota e colleghi hanno piazzato davanti alla bocchetta del macchinario cinque tipologie di materiali per mascherine, caratterizzati da protezione crescente: una semplice mascherina di comunità in tessuto; una mascherina in tessuto a doppio strato; una mascherina in tessuto bagnato con due strati; una mascherina chirurgica e un filtratore professionale N95 o FFP2, quelli dedicati agli operatori sanitari. La quantità di particelle che ha superato le barriere è stata misurata attraverso una tecnologia laser associata a una telecamera ad altissima risoluzione. Dall'analisi dei risultati è emerso che ciascun tipo di mascherina è riuscito a bloccare la stragrande maggioranza delle particelle – quella in tessuto ha lasciato passare il 3,6 percento delle goccioline, l'FFP2 ne ha bloccato praticamente il 100 percento -, ciò nonostante una piccola quantità di particelle è riuscita comunque a diffondersi nelle immediate vicinanze del macchinario. Pertanto, suggeriscono gli scienziati, se si fosse trattato di aerosol infetti dal coronavirus molto probabilmente una persona vicina avrebbe potuto contrarre l'infezione. Se il positivo starnutisce o tossisce ripetutamente, inoltre, il rischio diventa sensibilmente maggiore, tenendo presente che ciascuno starnuto trasporta fino a 200 milioni di particelle virali, come specificato in un comunicato stampa dell'ateneo.

“Senza una mascherina, è quasi certo che molte goccioline si trasferiranno alla persona suscettibile”, ha dichiarato il professor Kota. “Indossare una mascherina offrirà una protezione sostanziale – ma non completa – a una persona suscettibile, riducendo il numero di goccioline disperse nell'ambiente da tosse e starnuti. È necessario prestare attenzione per ridurre al minimo o evitare il contatto ravvicinato con il viso e le interazioni umane frontali o facciali, laddove possibile”, ha aggiunto lo studioso. I dettagli della ricerca “Can face masks offer protection from airborne sneeze and cough droplets in close-up, face-to-face human interactions?—A quantitative study” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Physics of Fluids.