18 Ottobre 2021
18:53

Questo schema mostra perché solo pochi imperatori romani morirono per cause naturali

Solo un imperatore romano d’Occidente su quattro morì per cause naturali: tutti gli altri furono uccisi dal nemico in battaglia o in agguati, assassinati durante le congiure (spesso ordite da famigliari) e per suicidio. I regni degli imperatori romani seguono un noto principio statistico, ma gli scienziati hanno scoperto anche un altro schema dietro le loro dipartite.
A cura di Andrea Centini
Statua di Caligola. Credit: wikipedia
Statua di Caligola. Credit: wikipedia

Tra il 27 avanti Cristo e il 1.453 dopo Cristo l'Impero Romano fu guidato da 175 uomini in tutto (compreso l'Impero Romano d'Oriente). Com'è noto dai libri di storia molti imperatori romani persero la vita prematuramente per mano dei nemici, uccisi in battaglia o in agguati, oppure furono assassinati durante spietate congiure organizzate nell'ombra da alleati e famigliari. In alcuni casi questi uomini al potere si suicidarono (come Nerone, Otone e Giordano I). Solo una parte raggiunse un'età avanzata e morì per cause naturali. Basti pensare che solo un imperatore romano d'Occidente su quattro morì serenamente, o comunque non di morte violenta per mano di qualcuno. Un gruppo di ricerca specializzato in statistica e sistemi complessi – quelli che hanno fatto vincere il Nobel per la Fisica a Giorgio Parisi – ha analizzato i regni dei vari imperatori romani da Augusto (63 a.C.- 19 d.C.) a Costantino XI (1405 – 1453 d.C.), scoprendo che la loro dipartita sottende a un modello matematico chiamato “legge di potenza”.

A determinare che le morti degli imperatori romani seguono le leggi di potenza è stato un team di ricerca brasiliano composto da quattro scienziati dell'Istituto di Matematica e Informatica dell'Università di San Paolo (ICMC-USP) di San Carlos: i dottori P.L. Ramos, L. F. Costa, F. Louzada e il professor Francisco Rodrigues. Gli scienziati hanno sottolineato in un comunicato stampa che molti fenomeni sottendono a uno schema chiamato principio di Pareto o regola 80/20, in base al quale, semplificando, si ottiene che gli eventi comuni hanno circa l'80 percento di probabilità di verificarsi, mentre quelli rari hanno circa il 20 percento. In altri termini, eventi apparentemente casuali seguono invece un determinato schema. “Sebbene sembrino casuali, le distribuzioni di probabilità della legge di potenza si trovano in molti altri fenomeni associati a sistemi complessi, come le dimensioni dei crateri lunari, le magnitudo dei terremoti, la frequenza delle parole nei testi, il valore di mercato delle aziende e persino il numero di "Follower" che le persone hanno sui social media”, ha sottolineato il professor Rodrigues. Per fare alcuni esempi, lo scienziato ha spiegato che l'80 percento dei crateri della Luna è piccolo e il 20 percento è grande; che l'80 percento delle persone presenti sui social network ha normalmente poche decine di Follower e il 20 percento ne ha migliaia o milioni e così via. Questo principio nasce dal nome dell'economista Vilfredo Pareto che determinò come l'80 percento della ricchezza del nostro Paese era in mano al 20 percento degli italiani.

Per quanto concerne gli imperatori romani, le morti violente non erano certo l'evento raro. L'effetto è particolarmente evidente per gli imperatori d'Occidente, che seguono appunto il principio di Pareto: ben il 24,8 percento dei 69 imperatori (tra il 27 a.C. e il 395 d.C.) furono uccisi per mano nemica e complotti o si suicidarono. La situazione migliorò sensibilmente con gli imperatori d'Oriente, dato che complessivamente, tra tutti i 175 imperatori, "solo" il 30 percento perse la vita per morte violenta (dunque i casi sono quasi tutti concentrati prima della scissione avvenuta alla morte di Teodosio I).

Analizzando matematicamente le durate dei vari regni, il professor Rodrigues e colleghi hanno scoperto un altro interessante schema sottostante. “Quando abbiamo analizzato il momento della morte per ogni imperatore, abbiamo scoperto che il rischio era alto quando l'imperatore saliva al trono”, scrivono gli studiosi. Questo poteva dipendere dalle difficoltà geopolitiche del momento, dalle decisioni difficili da prendere e dalla mancanza di competenza politica del nuovo imperatore. Il rischio iniziale, tuttavia, diminuiva fino al 13esimo anno di regno, dopo di ciò il rischio di morire di morte violenta risaliva vertiginosamente. Gli scienziati ipotizzano che trascorso questo lasso tempo i rivali realizzavano di non poter più scalzare l'imperatore con mezzi “leciti” e quindi decidevano di ucciderlo. Oppure era il tempo necessario per permettere ai nemici di riorganizzarsi. Ad ogni modo, si tratta di un modello nuovo che non è stato pienamente compreso, ma che può essere d'aiuto per comprendere anche altri contesti storici. I dettagli della ricerca “Power laws in the Roman Empire: a survival analysis” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Royal Society Open Science.

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