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Questi pazienti ricoverati per COVID hanno un rischio maggiore di esiti avversi

Un team di ricerca del New York University Medical Center ha dimostrato che i pazienti ricoverati per COVID-19 con una elevata carica genomica, ovvero che presentano più copie del coronavirus SARS-CoV-2, hanno maggiori probabilità di avere bisogno di ossigeno e di morire per l’infezione. Lo studio pubblicato su Annals of the American Thoracic Society.
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A cura di Andrea Centini
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I pazienti contagiati dal SARS-CoV-2 che presentano un numero elevato di copie del virus hanno maggiori probabilità di sperimentare esiti avversi a causa della COVID-19, l'infezione provocata dal patogeno. Fino ad oggi l'associazione tra la carica genomica (che abbraccia l'intero materiale genetico/RNA del coronavirus) rilevata attraverso il tampone rino-faringeo e lo sviluppo di complicazioni è risultata piuttosto controversa, ma un nuovo studio sembra aver fatto maggiore chiarezza su questa fondamentale caratteristica dell'infezione.

A determinare che i pazienti con tante copie del virus rischiano di più è stato un team di ricerca americano del New York University Medical Center, che hanno analizzato le cartelle cliniche di oltre 300 pazienti ricoverati tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile, presso il pronto soccorso dell'ospedale universitario “Langone Health”. Grazie all'esame di laboratorio chiamato Reazione a catena della polimerasi-transcrittasi inversa o PCR-RT (acronimo di Real-time reverse transcriptase-polymerase chain reaction), che si esegue sul campione biologico prelevato dal tampone, è stato possibile determinare che i pazienti con una carica maggiore avevano maggiori probabilità di avere bisogno di ventilazione meccanica, di Ossigenazione Extracorporea a Membrana (ECMO – ExtraCorporeal Membrane Oxygenation) o di morire durante il ricovero.

“L'elevata carica genomica ha dimostrato di essere un predittore di esiti avversi al di sopra e al di là dell'età, di altri problemi medici sottostanti e della gravità della malattia alla presentazione, indicando che può essere utilizzata per stratificare il rischio, o triage, dei pazienti”, ha dichiarato in un comunicato stampa il professor Ioannis M. Zacharioudakis, esperto di Malattie infettive presso il Dipartimento di Medicina della Scuola di Medicina Grossman e autore principale dello studio. Va tenuto presente che tutti i pazienti erano stati ricoverati in ospedale per aver sviluppato una polmonite bilaterale interstiziale, una delle complicazioni più temute della COVID-19, l'infezione provocata dal virus. Aver determinato che la carica genomic elevata in questo sottogruppo di malati aumenta le probabilità di prognosi infausta può aiutare gli operatori sanitari a gestire meglio e più prontamente il flusso di casi, che in Europa e negli Stati Uniti sta aumentando vertiginosamente a causa della seconda ondata.

Zacharioudakis e colleghi hanno scoperto anche che i pazienti immunocompromessi e che presentavano più patologie sottostanti (comorbilità) alla stregua di malattie cardiache, diabete e cancro, erano quelli che al ricovero presentavano una carica genomica maggiore, e di conseguenza di sperimentare esiti avversi. Per questa ragione gli autori dello studio suggeriscono di valutare se una riduzione della carica genomica nella fase precoce della malattia – con farmaci antivirali come il Remdesivr – possa essere efficace nel ridurre il rischio di complicazioni e morte. I dettagli della ricerca “Association of SARS-CoV-2 Genomic Load with COVID-19 Patient Outcomes” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Annals of the American Thoracic Society.

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