In un recente briefing online presieduto dal direttore generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, è stato annunciato l'avvio di una serie di meeting tra esperti di malattie infettive, virologi e pazienti contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2 per definire nel dettaglio la “long COVID”. Si tratta infatti di una condizione non ancora del tutto compresa sotto il profilo clinico, caratterizzata dalla persistenza di sintomi anche a mesi di distanza dal contagio e dal superamento della fase acuta della malattia, sebbene possa palesarsi anche nei pazienti che hanno sperimentato un'infezione asintomatica o paucisintomatica (con sintomi lievi). La long COVID è conosciuta anche con i nomi di “sindrome post-COVID-19” o “postumi della COVID-19 a lungo termine”, e le manifestazioni più debilitanti si presentano soprattutto fra coloro che hanno avuto la forma severa dell'infezione. Difficoltà respiratorie, astenia, fatica cronica, dolori muscolari e disturbi cognitivi alla stregua della cosiddetta “nebbia cerebrale” sono tutti sintomi tipici della Long COVID. A causa del numero enorme di pazienti contagiati dal coronavirus – oltre 111 milioni nel mondo (2,8 milioni in Italia) in base alla mappa interattiva dell'Università Johns Hopkins – l'OMS si aspetta una vera e propria ondata di casi, per questo sta organizzando gli incontri ad hoc, con l'obiettivo di mettere a punto il miglior piano terapeutico. Ma per tutti questi pazienti – talvolta “dimenticati” – c'è una nuova speranza.

Stanno infatti nascendo cliniche specializzate dedicate proprio al trattamento dei sintomi della Long COVID, strutture “centralizzate” nelle quali sono presenti medici e scienziati provenienti da diverse specialità, compresi psichiatri e psicoterapeuti per trattare i problemi di salute mentale, anch'essi particolarmente diffusi nei pazienti contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2. La paura di morire e di contagiare i propri cari, il trauma di chi ha vissuto la drammatica esperienza della terapia intensiva e dell'intubazione, l'isolamento e i problemi economici sono sono alcuni dei fattori che hanno eroso il benessere psicologico di molti, con effetti spesso devastanti e a lungo termine per i pazienti Long COVID. Tra i centri più grandi ed efficienti nella cura di questi pazienti vi è quello del Mount Sinai Hospital di New York City, che da quando è stato aperto ha trattato già 1.500 pazienti. “Lo scopo del centro è quello di colmare questa lacuna per i pazienti in cerca di cure, che si sentono frustrati e preoccupati per non avere accesso a trattamenti”, ha dichiarato a Business Insider il dottor Ruwanthi Titao, cardiologo presso la struttura newyorchese. “In questo modo possiamo esaminare i loro sintomi e iniziare a definire le caratteristiche della malattia, e quindi indirizzarli allo specialista appropriato per ottenere la terapia adeguata” ha aggiunto lo scienziato.

Un altro nuovo centro in prima linea è la Mayo Clinic di Rochester (Minnesota), che ha avviato un progetto specifico chiamato CARP (acronimo di Covid Activity Rehabilitation Program). Come sottolineato a Business Insider dal dottor Greg Vanichkachorn, che dirige il programma, per il trattamento dei pazienti ci si sta basando anche sulle conoscenze legate alle precedenti epidemie da coronavirus, ovvero quelle di SARS e MERS. Diversi pazienti contagiati svilupparono postumi a lungo termine, pertanto gli scienziati non sanno ancora se la Long COVID sia un qualcosa di specifico del nuovo coronavirus oppure una condizione più ampia, che può essere innescata da tutti i patogeni di questo gruppo (il MERS-CoV e il SARS-CoV sono “cugini” del SARS-CoV-2, tutti betacoronavirus che condividono un'ampia percentuale di patrimonio genetico).

Il programma di riabilitazione per i pazienti Long COVID, spiega il dottor Vanichkachorn, “è lento e costante, fatto di piccoli passi in avanti”. Ma su cosa si basa la terapia, nello specifico? Principalmente, spiega lo scienziato, i pazienti vengono invitati a mantenersi idratati, in particolar modo con soluzioni a base di sali minerali, ma anche a indossare calze “terapeutiche” che comprimono gli arti inferiori favorendo la circolazione sanguigna. Ovviamente non mancano casi in cui è necessario intervenire con i farmaci: “Se poi ne abbiamo davvero bisogno, possiamo anche usare medicinali per alleviare i sintomi, per aumentare la pressione sanguigna o per aiutare con condizioni come il battito cardiaco accelerato”, ha sottolineato l'esperto. Come affermato a Business Insider dalla 47enne Amy Watson, paziente Long COVID, non solo soffre di febbre cronica da oltre un anno, ma ha anche attacchi di tachicardia che non aveva mai sperimentato in precedenza. I centri specializzati forniscono terapie adeguate per tutti questi sintomi, mentre continuano a studiare la condizione. La donna, che ha fondato uno dei più grandi gruppi di supporto sui social network per i pazienti long COVID, ha affermato che si è sentita trascurata dai medici, a causa di sintomi considerati “non sufficientemente gravi”. Gli operatori sanitari sono costantemente oberati di lavoro, impegnatissimi con i casi attivi di COVID-19 e con la campagna vaccinale, pertanto in diversi casi i pazienti Long COVID non rientrano tra le priorità. La creazione di centri specializzati e il continuo approfondimento sulla condizione, anche grazie al progetto avviato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dovrebbe migliorare in modo significativo supporto e cure.