Crescono anche in Italia le segnalazioni di casi di Covid-19 legati a nuove varianti del coronavirus Sars-Cov-2. L’ultima, in ordine di tempo, è quella di alcuni tamponi analizzati in Sardegna e risultati positivi alla variante A.27, una mutazione accertata per la prima volta in Italia e già presente in diversi altri Paesi, tra cui Francia, Slovenia, Regno Unito, Svizzera e Mayotte. L’aumentato riscontro di nuove versioni del patogeno sta sollevando non pochi timori nella comunità scientifica per la possibilità che alcune possano indurre una maggiore infettività, una più elevata virulenza ma soprattutto per la potenziale capacità di sfuggire all’azione degli anticorpi neutralizzanti sviluppati in seguito all’infezione naturale o attraverso la vaccinazione.

Quante sono le nuove varianti?

Ad oggi, sono diverse migliaia le varianti del coronavirus Sars-Cov-2 isolate, anche se le preoccupazioni si concentrano specificatamente su quelle che, al momento, sono tra le più diffuse, ovvero la inglese (B.1.1.7), la sudafricana (B.1.351) e la brasiliana (P.1). Rispetto alla maggior parte delle mutazioni che non hanno avuto impatto significativo, alcuni cambiamenti del genoma hanno conferito a queste varianti un vantaggio selettivo per cui, da minoritarie, sono diventate quelle dominanti nelle aree in cui si sono inizialmente emerse, fino a diffondersi anche in altri Paesi.

È questo il caso della variante B.1.1.7, isolata per la prima volta a metà settembre in Inghilterra, a Londra e nel Kent, e che a causa della sua maggiore trasmissibilità, si è rapidamente diffusa in tutto Regno Unito, dove è diventata la prevalente e si è diffusa in almeno 70 Paesi. Anche in Italia, secondo gli ultimi dati del monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità, è diventata la dominante, con un prevalenza media dell’86,7% nelle diverse regioni. Per la variante brasiliana, temuta invece per la sua possibile capacità di fuga immunitaria, la prevalenza media a livello nazionale è del 4%, mentre per la variante sudafricana, per la quale è stata già in parte dimostrata una parziale resistenza agli anticorpi neutralizzanti, la prevalenza media è dello 0,1%.

L’efficacia dei vaccini Covid

I vaccini Covid finora approvati in Europa (Pfizer-BionTech, Moderna, Astrazeneca e Johnson & Johnson) sono stati tutti progettati attorno alla versione originaria di Sars-Cov-2, ovvero veicolano l’informazione genetica basata sulla proteina Spike del virus inizialmente isolato in Cina. Di conseguenza, un accumulo di mutazioni a livello di questa proteina può permettere alle varianti di eludere in misura più o meno efficiente il riconoscimento da parte degli anticorpi indotti dalla vaccinazione, sebbene non tutte la varianti finora emerse abbiano dimostrato questa capacità. È il caso della variante inglese, il cui bagaglio di sostituzioni e delezioni a livello della Spike ha mostrato non compromettere l’efficacia dei vaccini, sebbene gli esperti abbiamo recentemente scoperto che, in un piccolo numero di casi di Covid legati a questa variante, il virus abbia accumulato un’ulteriore mutazione, chiamata E484K, già osservata nella variante brasiliana e in quella sudafricana. Ed è proprio attorno a questa mutazione che ruotano le principali preoccupazioni degli esperti, in quanto si ritiene che possa aiutare il virus a sfuggire agli anticorpi neutralizzanti.

Recenti studi suggeriscono infatti che la mutazione E484K può resistere alla risposta anticorpale indotta da precedenti infezioni del virus originario, dunque dalla vaccinazione, sebbene un recente aggiornamento dello studio clinico del vaccino di Pfizer-BioNtech abbia indicato un’elevata efficacia nel prevenire le forme sintomatiche di Covid-19 nella sperimentazione in Sudafrica. Anche i primi risultati sul siero di Moderna sembrano suggerire una buona protezione nei confronti della variante sudafricana, anche se la risposta immunitaria potrebbe non essere così forte o duratura.

Diversi i dati sul vaccino di Astrazeneca, per il quale è stata osservata una più bassa efficacia (10,4%) nel prevenire le forme lievi e moderate di Covid-19 legate alla variante sudafricana, sebbene nel corso dello studio clinico non siano stati osservati casi di malattia grave. Ultimi, non certo per importanza, i dati relativi al vaccino monodose di Johnson & Johnson che nella sperimentazione in Sudafrica hanno indicato una protezione del 57% dalle forme moderate-gravi rispetto al 72% osservato negli Stati Uniti.