Per molti le cose sono andate più o meno così: dopo un’infanzia di amore verso il latte vaccino, fidato compagno della prima colazione e a volte anche della merenda coi biscotti, l’adolescenza ha portato un mutamento nelle abitudini alimentari, talvolta anche repentinamente. Il latte è diventato improvvisamente poco digeribile e, per qualcuno, addirittura nauseabondo: non c’era nulla da temere, in ogni caso, dato che si tratta di un fenomeno estremamente comune.

Cambiamento genomico

La mal digestione del latte (spesso chiamata “intolleranza” in maniera imprecisa o, erroneamente, definita come “allergia”) accomuna tutti i mammiferi i quali, comprensibilmente, una volta diventati adulti non hanno più bisogno di ricorrere a questa nutriente sostanza: quel che accade al nostro organismo, in parole poverissime, è che l’enzima lattasi, responsabile del processo di scissione del lattosio che lo rende quindi suscettibile di essere assorbito, non viene più prodotto. Ma la storia dell’essere umano ha seguito una strada diversa rispetto a quella degli altri appartenenti alla sua medesima classe tassonomica, a partire dall'idea di introdurre il latte derivante da altre specie nella propria dieta: un uso che è dovuto “scendere a patti” con la stessa natura dell’uomo, portando a delle modifiche del genoma che sono state recentemente oggetto di studio da parte di un gruppo di ricercatori dell’University College Dublin e del Trinity College Dublin, nell'ambito di una vasta collaborazione che ha coinvolto molti altri atenei.

Gli scienziati, autori di un paper pubblicato da Nature, hanno esaminato 23 campioni provenienti da 13 individui vissuti in un arco di tempo compreso tra il 5.700 a. C. e l’800 a. C. per cercare di comprendere meglio in che momento sia intervenuta quella mutazione grazie alla quale ancora oggi in molti sono in grado di digerire il lattosio anche da adulti: un prodotto dell’evoluzione certamente non casuale, ma determinato dalle esigenze legate alla disponibilità di risorse dell’epoca.

La Grande Pianura Ungherese, crocevia dell'antichità

Al fine di ricostruire una storia evolutiva in grado di rispettare il più possibile una cronologia, si sono scelti resti ossei provenienti tutti dalla medesima regione, ossia dalla Grande Pianura Ungherese, cuore dell’Europa ma anche crocevia fondamentale per le genti che provenivano da Oriente. Un crogiolo di culture, forse, dal quale passarono innovazioni tecnologiche e culturali che lasciarono riflessi anche nel DNA delle popolazioni locali. Fu del primo Neolitico lo sviluppo dell’agricoltura, tra 6.000 e 5.500 anni fa, mentre la fase finale dell’età della pietra segna una prima transizione verso un altro fondamentale momento della storia dell’uomo, ossia la nascita della metallurgia attraverso l’età del rame. In piena età del bronzo, tra 2.800 e 1.800 anni fa, gli scambi commerciali tra Oriente ed Europa avevano già contribuito a creare una sorta di rete che metteva in comunicazione persone diverse e civiltà lontane: le tracce di tali “incontri” permangono nel patrimonio genetico degli uomini del tempo, lasciando testimonianza di cambiamenti profondi dovuti alla “mescolanza” di popoli diversi intervenuti proprio nelle fasi di maggiori cambiamenti culturali. Ad esempio, gli scheletri più antichi narrano del contatto avvenuto tra i cacciatori-raccoglitori presenti sul territorio europeo con i primi agricoltori ancestrali provenienti dal Medio Oriente.

Solo nella tarda età del bronzo l'uomo inizia a digerire il latte

Quello che ha sorpreso i ricercatori, però, è stata la scoperta che gli individui del Neolitico non avevano sviluppato la mutazione che determina la persistenza dell’enzima lattasi in età adulta consentendo così la digestione del lattosio. Quindi, contrariamente a quanto creduto fino ad ora, sembra assai probabile che fu la tarda età del bronzo a veder comparire per la prima volta questo mutamento adattativo, il quale si rivelò fondamentale per la sopravvivenza degli uomini dell’antichità: per intenderci, intorno al 1.000 a. C. Il fatto curioso è che età più remote hanno comunque restituito, in alcuni casi, residui di latte nel vasellame utilizzato dagli uomini antichi, o strumenti che evidentemente servivano per la realizzazione di prodotti caseari: insomma, l’allevamento di mucche, capre e pecore, presumibilmente, era già abbondantemente diffuso, prima che l’organismo umano sviluppasse la tolleranza genetica a bere latte in gran quantità. Piccola curiosità al margine: lontano dalla Grande Pianura Ungherese, ma quasi contemporaneo di alcuni degli uomini studiati dai ricercatori, anche Ötzi, l’uomo che visse tra il 3.350 e il 3.100 a.C. e che per un fortuito caso del destino è giunto fino ai giorni nostri sotto forma di mummia, non aveva sviluppato la persistenza di enzima lattasi in età adulta.

Il lavoro ha inoltre consentito di osservare in maniera dettagliata il fenomeno della transizione verso una pigmentazione più chiara, articolatosi in un periodo di tempo relativamente prolungato che andò da 19.000 a 11.000 anni fa.