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4 Agosto 2021
09:39

Quali sono i rischi dei vaccini anti Covid in gravidanza

I dati ad oggi disponibili non hanno indicato alcun problema di sicurezza specifico nelle donne vaccinate in gravidanza, principalmente con i sieri di Pfizer e Moderna: “Nessuna malformazione del feto, ma la vaccinazione produce un’immunizzazione passiva del neonato”.
A cura di Valeria Aiello
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Quanto sono sicuri i vaccini anti Covid in gravidanza? E quali sono ad oggi i dati a sostegno del loro uso nelle donne che aspettano un bambino o che vorrebbero concepire? La gravidanza, secondo molteplici gli studi condotti durante la pandemia, è un fattore di rischio per lo sviluppo di malattia grave e fatale, proprio per questo motivo, la vaccinazione dovrebbe essere considerata una priorità. Tuttavia, le informazioni a supporto della somministrazione dei vaccini in questa popolazione sono ancora frammentarie, tanto che le neo/future mamme spesso non sanno bene come comportarsi.

I dati finora pubblicati – indica Anna Franca Cavaliere, direttrice dell’UOC di Ginecologia e ostetricia dell’Ospedale Santo Stefano di Prato-Usl Toscana Centro e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – dicono che nel mondo sono ben oltre 100mila le donne in gravidanza che hanno ricevuto la vaccinazione contro Sars-Cov-2. Si tratta di dati riportati e in continua evoluzione, che crescono perché la raccomandazione per cui una donna in gravidanza possa ricevere la vaccinazione contro il Covid trova accettazione e concordanza di opinioni scientifiche tra tutti coloro che si occupano di gravidanza e anche di vaccinologia”.

I dati sulla vaccinazione Covid in donne in gravidanza

Nel corso delle prime sperimentazioni sui vaccini, osserva l’esperta in un intervento sul notiziario settimanale di sanità DiRE, le donne in gravidanza non sono state inserite nei trial clinici di terza fase. “Ad ogni modo – chiarisce –  sono state riportate somministrazioni di vaccino in donne che al momento della somministrazione non sapevano di essere in gravidanza e che quindi erano nelle prime fasi della gestazione. Sono state delle cosiddette somministrazioni inavvertite e non hanno mostrato, ai controlli successivi, nessun effetto teratogeno, cioè malformazioni del feto. Poiché la teratologia è una scienza e si basa anche su dei principi, tutte le società scientifiche hanno stabilito che non c’era criterio per considerare che i vaccini a mRNA (come quelli di Pfizer e Moderna, ndr) potessero interferire sul Dna perché non comandano su di esso. D’altro canto, i vaccini a vettore adenovirale (la tecnologia alla base dei sieri di Astrazeneca e Johnson & Johnson) sono già stati utilizzati in gravidanza senza problemi e questo dà già di per sé una rassicurazione”.

“Ma – prosegue Cavaliere – il secondo motivo per cui le donne in gravidanza sono ritenute una categoria che dovrebbe ricevere la vaccinazione è che risultano essere soggetti che, in caso di infezione da Covid, corrono maggiori rischi di complicanze”.

Il vaccino nelle prime fasi della gravidanza

Riguardo alla vaccinazione nelle prime fasi della gravidanza, inizialmente “si è andati molto cauti nella somministrazione per via delle segnalazioni di iperpiressia (febbre alta che persiste per più giorni). Poiché si sa che l’iperpiressia è un teratogeno e può costituire un fattore di rischio malformativo del feto o addirittura di aborto, ha spinto a un atteggiamento prudenziale. Questa prudenza in alcuni Paesi ha portato all’indicazione di somministrare paracetamolo in via preventiva. In altri casi, ha prodotto l’indicazione di evitare la somministrazione del vaccino nel primo trimestre di gravidanza. Tuttavia – ricorda la ginecologa – il rischio di forti rialzi febbrili è la ragione per cui viene consigliata la vaccinazione antinfluenzale alle donne in gravidanza. Quindi, il medico deve considerare se il basso rischio di eventuale febbre alta dovuta alla vaccinazione sia inferiore a quello di complicanze nel caso in cui la donna in gravidanza lasciata senza copertura vaccinale contragga il virus. Inoltre – aggiunge Cavaliere – la vaccinazione della madre a partire dal secondo trimestre produce un’immunizzazione passiva del neonato, una copertura anticorpale che dura per un tempo limitato ma che comunque lo protegge”.

Per tutte queste ragioni, chiarisce la docente, le società scientifiche nazionali e internazionali “si stanno muovendo in maniera molto decisa per la richiesta di includere le donne in gravidanza come categoria prioritaria, il che richiede l’emanazione di un protocollo chiaro su come muoversi. Al contempo, le stesse società scientifiche continuano a offrire webinar formativi su questo tema, rivolti a chi si occupa della salute delle donne per dare quante più informazioni possibili. Ad esempio, una indicazione che dovrebbe esser presa in forte considerazione è che la donna in gravidanza debba effettuare la vaccinazione nel punto nascita, perché inviarla ai centri vaccinali può creare più resistenze”.

“Le donne in gravidanza – precisa l’esperta – hanno un’immuno-modulazione diversa dalle donne non in gravidanza e questa modulazione cambia da un trimestre all’altro. Per questo noi medici dobbiamo proteggere la donna, la placenta e il bambino perché con ogni azione che noi facciamo li proteggiamo o li esponiamo a un rischio. Il tempo che noi trascorriamo con le future mamme per spiegare loro tutto questo è tempo prezioso che regaliamo alla vita nascente e alla sua salute. Per questo, anche rispetto alla vaccinazione anti-Covid, noi professionisti dobbiamo farci carico di seguire la donna e non lasciarla sola a cercare la struttura dove effettuare la vaccinazione. Il vaccino – conclude Cavaliere – è una garanzia che le donne possano vivere serenamente la gravidanza e l’esperienza del parto, perché il ricovero per Covid, fino all’estremo del ricovero in terapia intensiva, durante la gravidanza è un’esperienza molto brutta”.

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