Covid 19
17 Dicembre 2020
13:32

Potenti anticorpi neutralizzanti proteggono dalla COVID-19 grave e dal ceppo mutato

Mettendo a confronto l’efficacia degli anticorpi neutralizzanti (IgG) di pazienti con la forma grave e lieve della COVID-19, l’infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, un team di ricerca americano ha dimostrato che chi aveva sviluppato immunoglobuline più efficaci aveva un rischio sensibilmente ridotto di sviluppare la forma severa della patologia e di morire per essa. Questi anticorpi erano in grado di neutralizzare anche il ceppo con la mutazione D614.
A cura di Andrea Centini
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I pazienti che sviluppano potenti anticorpi neutralizzanti (IgG) contro l'infezione da coronavirus SARS-CoV-2 hanno minori probabilità di avere la forma grave della COVID-19 e di morire per essa. Sebbene possa apparire intuitivo che avere anticorpi più efficienti protegga meglio dal patogeno, la relazione tra la gravità dell'infezione e la risposta immunitaria umorale ha ancora molti aspetti da chiarire per gli scienziati, che la stanno studiando a fondo non solo per comprendere meglio l'evoluzione della patologia, ma anche per capire la durata della protezione e raccogliere informazioni per mettere a punto farmaci e vaccini sempre più efficaci.

A determinare che i pazienti COVID con potenti immunoglobuline (o anticorpi) neutralizzanti hanno un rischio inferiore di finire in terapia intensiva e di perdere la vita è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati americani dell'autorevole Ragon Institute of MGH, MIT e Harvard, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dei dipartimenti di Patologia, Medicina e Malattie Infettive del Massachusetts General Hospital di Boston. Gli scienziati, coordinati dal professor Alejandro B. Balazs, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i campioni biologici di 113 pazienti infettati dal coronavirus.

Mettendo a confronto l'efficacia degli anticorpi prelevati dai pazienti lievi e da quelli gravi, Balazs e colleghi hanno osservato che quelli con immunoglobuline migliori avevano un rischio significativamente più basso di trovarsi nel gruppo dei malati gravi e dei deceduti per l'infezione. “Abbiamo scoperto che se una persona produceva anticorpi che avevano una maggiore capacità nel neutralizzare il virus, sembrava anche avere risultati clinici migliori”, ha dichiarato l'autore principale della ricerca in un comunicato stampa. Nello specifico, gli scienziati hanno analizzato l'efficacia degli anticorpi IgG contro il dominio che lega il recettore (RBD) sulla proteina S o Spike del virus, che il patogeno sfrutta per legarsi al recettore ACE-2 delle cellule umane, scardinare la parete cellulare e riversare all'interno l'RNA virale, dando inizio al processo di replicazione che è alla base dell'infezione chiamata COVID-19.

Poiché i pazienti più gravi e deceduti avevano anticorpi meno “bravi” a impedire al coronavirus di legarsi e infettare le cellule, gli scienziati hanno messo a punto un algoritmo potenzialmente in grado di prevedere l'esito della prognosi di un paziente COVID sulla base delle caratteristiche dei suoi anticorpi. “Misurando la potenza di neutralizzazione degli anticorpi di un paziente potremmo essere capaci di identificare i pazienti che rischiano di sviluppare la forma grave  della malattia e dunque usare questa informazione per guidare le scelte terapeutiche”, ha dichiarato il professor Balazs.

I ricercatori hanno anche scoperto che gli anticorpi neutralizzanti più potenti erano efficaci contro il ceppo con la mutazione D614G sulla proteina S, che diversi studi hanno associato a una maggiore contagiosità del coronavirus SARS-CoV-2. Balazs e colleghi hanno anche dimostrato che gli stessi anticorpi non erano efficaci contro un coronavirus emergente scoperto nei pipistrelli, il WIV1-CoV che non ha ancora compiuto il salto di specie (spillover). Qualora vi riuscisse, dunque, potrebbe essere una minaccia da non sottovalutare. I dettagli della ricerca “COVID-19 neutralizing antibodies predict disease severity and survival” sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Cell.

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